La prescrizione sociale, una pratica per cui medici e operatori affiancano terapie classiche con a raccomandazione di attività come corsi d’arte, gruppi di lettura, passeggiate nella natura o volontariato, sta emergendo come uno degli strumenti più innovativi per affrontare bisogni di salute che non trovano risposta esclusivamente nei farmaci o nelle prestazioni sanitarie. Attività fisica, cultura, relazioni sociali e partecipazione alla vita della comunità possono diventare parte integrante del percorso di cura.
Ma quanto è pronta la medicina generale ad adottare questo approccio? Ne abbiamo parlato con Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici di Milano (OMCEO-MI) che evidenzia come la prescrizione sociale rappresenti in realtà un’evoluzione di un approccio che la medicina di famiglia pratica da sempre: considerare il paziente nella sua interezza, tenendo conto non solo della malattia, ma anche del contesto sociale, relazionale e degli stili di vita.
Dottor Rossi, quanto è pronta oggi la professione medica a considerare prescrivibili anche interventi sociali, culturali o relazionali?
In realtà, soprattutto per i medici di famiglia, questo approccio non è una novità. Molto prima che si parlasse di prescrizione sociale, i medici consigliavano attività fisica, corretti stili alimentari, occasioni di socializzazione, lettura, attività culturali o strategie per ridurre lo stress. La medicina ha sempre avuto una visione olistica della persona e il medico di famiglia, in particolare, ha storicamente considerato il paziente all’interno del proprio contesto familiare e sociale. Oggi il concetto viene semplicemente definito e strutturato in modo più preciso”.
Qual è allora l’elemento nuovo rispetto al passato?
La maggiore consapevolezza dell’atto prescrittivo. Se prima questi interventi erano soprattutto consigli, oggi si parla sempre più spesso di veri e propri percorsi prescrittivi. Pensiamo, per esempio, all’attività fisica: oggi esistono indicazioni molto più precise, che tengono conto delle condizioni cliniche del paziente, delle patologie presenti e degli obiettivi di salute da raggiungere. Questo rende la prescrizione sociale più rigorosa e integrata nella pratica clinica”.
Perché la prescrizione sociale possa diventare una pratica diffusa servono alleanze tra medici, istituzioni e terzo settore. Quali ostacoli vede oggi?
Tra professionisti sanitari, in realtà, le difficoltà sono limitate. I medici sono già abituati a collaborare con specialisti, fisiatri, nutrizionisti, medici dello sport e altre figure competenti. Il problema principale riguarda piuttosto l’organizzazione dei percorsi. Manca spesso la capacità di integrare stabilmente questi interventi all’interno dei servizi, sia pubblici sia privati. Esiste una crescente consapevolezza dell’importanza di queste pratiche, ma quando si passa dalla teoria alla realizzazione concreta emergono ostacoli procedurali, burocratici e organizzativi”.
Quindi il problema non è culturale?
A mio avviso esiste una difficoltà delle istituzioni nel progettare e mettere a sistema queste iniziative. Talvolta non è soltanto una questione di risorse economiche, ma anche di capacità di immaginare modelli innovativi. Per alcune attività, come quelle artistiche o culturali, è evidente che servano programmi mirati e rivolti a gruppi specifici di persone. Tuttavia, spesso si fatica a costruire percorsi strutturati che valorizzino queste opportunità”.
Quali indicatori dovrebbero essere utilizzati per valutare l’efficacia della prescrizione sociale?
Non esiste una risposta unica, perché ogni intervento richiede indicatori specifici. Se parliamo di attività artistiche, musicali o di socializzazione rivolte a persone con disturbi neuropsichiatrici, si potranno misurare il funzionamento sociale, il benessere psicologico o la riduzione di alcuni sintomi. Se invece consideriamo l’attività fisica, gli indicatori riguarderanno il controllo delle malattie metaboliche, cardiovascolari o di altre condizioni croniche”.
Quale dovrebbe essere l’obiettivo generale della valutazione?
Confrontare i risultati ottenuti dai pazienti che ricevono soltanto le cure tradizionali con quelli che, accanto alle terapie farmacologiche e mediche, partecipano anche a programmi di prescrizione sociale. L’obiettivo è verificare se si ottengano riduzioni della morbilità, un miglioramento della qualità della vita e, in alcuni casi, persino benefici sulla mortalità. Naturalmente le terapie farmacologiche non devono essere sostituite, ma integrate quando appropriato”.
Quale messaggio finale vorrebbe rivolgere ai decisori sanitari?
La prescrizione sociale non dovrebbe essere considerata un tema marginale. Comprendo che le risorse siano limitate e che alcuni interventi debbano essere destinati a gruppi specifici di pazienti, ma è importante programmare investimenti anche in questa direzione. Migliorare gli stili di vita, favorire la socializzazione e promuovere il benessere psicofisico significa spesso ridurre il peso delle malattie croniche, che rappresentano una delle principali voci di spesa per il sistema sanitario. Per questo servono programmazione, investimenti e soprattutto una cultura che riconosca il valore di questi interventi come parte integrante della cura”.



