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Sanità territoriale e DM 77, a che punto siamo?

Sanità territoriale e DM 77, a che punto siamo?

Un report sui piani regionali segnala i nodi ancora da sciogliere per l'attuazione dei modelli sanitari previsti dal decreto. Al MMG viene asseganto un ruolo centrale, ma senza adeguato supporto

L’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale, messa sulla carta dal Decreto ministeriale 77 del 2022, rimane ancora lontana, per la difficoltà delle Regioni di tradurla in modelli organizzativi efficaci. Lo evidenzia il primo report sui piani di programmazione delle Regioni per l’attuazione del DM 77.

Il DM 77/2022 ridisegna l’assistenza territoriale del Servizio sanitario nazionale, definendo modelli e standard organizzativi per rafforzare la sanità di prossimità. Cuore della riforma sono le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e le Centrali Operative Territoriali, chiamate a garantire presa in carico integrata, continuità assistenziale e coordinamento dei servizi. Il decreto promuove l’assistenza domiciliare, la telemedicina e il lavoro in équipe multiprofessionali, con particolare attenzione alle cronicità e alla fragilità. Inserito nel PNRR, il DM 77 punta a ridurre le disuguaglianze territoriali e a spostare il baricentro delle cure dall’ospedale al territorio.

Il report è stato realizzato da Aisdet, Associazione italiana sanità digitale e telemedicina. Abbiamo chiesto un approfondimento a Sergio Pillon, vicepresidente e responsabile relazioni istituzionali di Aisdet.

Dall’osservatorio Aisdet emerge che il medico di medicina generale è centrale nella presa in carico del paziente, ma spesso poco coinvolto nei modelli organizzativi. Cosa manca per rendere questo ruolo realmente praticabile?

La domanda è apparentemente semplice, ma nasconde una complessità enorme. Partiamo da un punto fondamentale: il medico di medicina generale non è un dipendente del sistema sanitario, eppure si cerca di incastrarlo in modelli ibridi senza fornirgli gli strumenti necessari. Quello che manca davvero sono modelli clinici che riconoscano in modo strutturato il suo ruolo. Faccio un esempio concreto: il DM 77 stabilisce che ogni cittadino ha diritto a un PAI, un Piano Assistenziale Individuale. Chi lo deve produrre? Il medico di medicina generale. Non “può” produrlo, ma “deve” farlo. Il problema è: come fa?”.

In che senso?

Prendiamo un paziente con tre cronicità: ipertensione, diabete e artrosi. Il medico dovrebbe programmare i controlli e gli esami sulla base di protocolli definiti. Ma quali protocolli? Ogni ASL ha modelli diversi, spesso inesistenti. Senza un software regionale che integri i dati del fascicolo sanitario elettronico, il medico non può sapere se il paziente diabetico ha fatto il controllo del fondo dell’occhio o l’elettrocardiogramma”.

Quindi il problema è l’assenza di un ecosistema digitale funzionante?

Il medico deve avere dati e percorsi diagnostico-terapeutici chiari. Solo così può essere il vero pilota della sanità territoriale. Altrimenti si rischia di colpevolizzare colleghi che non hanno alcuna colpa: oggi l’unica cosa che possono fare agevolmente è la ricetta dematerializzata e il certificato telematico di malattia”.

Parliamo proprio di digitale: fascicolo elettronico, telemedicina, ecosistema dei dati. Perché i medici di famiglia faticano a percepirne il valore reale?

Perché di fatto questi dati non li hanno. Nel loro applicativo di studio raramente vengono caricati automaticamente gli esami del sangue o i referti del pronto soccorso. Se un paziente ha una reazione allergica e va in pronto soccorso, il medico dovrebbe ricevere automaticamente il referto. Invece, se il paziente non lo chiama per informarlo, il medico non lo sa”.

E il fascicolo sanitario elettronico?

Il fascicolo è il centro di tutto, ma è largamente incompleto. Molti pazienti fanno esami e visite privatamente e questi dati non vengono registrati. Anche il dossier farmacologico è parziale: i farmaci che non richiedono ricetta dematerializzata non compaiono. Come fa il medico a compilare il profilo sanitario sintetico, che dovrebbe fare per legge, se i dati mancano?”

Guardando al futuro: qual è la priorità assoluta per evitare che il DM 77 si traduca solo in maggiori responsabilità per i medici, senza adeguato supporto?

“La priorità è non fare gli stessi errori. L’altro ieri è uscita la legge delega che parla di nuove responsabilità e nuovi modelli per i medici di famiglia, annunciando di ridisegnare il DM 70 e il DM 77. Ma senza dire come, quando, chi, perché e cosa.”

Il DM 77 oggi è applicato?

“Per il 90% è disatteso. Gli ospedali di comunità, come ci dice il rapporto Aisdet, sono solo mattoni. Molte case della comunità sono scatole vuote”.

Cosa manca?

L’infrastruttura digitale. Non abbiamo la teleradiologia negli ospedali di comunità, non abbiamo il teleconsulto cardiologico nelle case della comunità. Ci sono alcune Regioni eccellenti con buone pratiche, ma parliamo di 60 milioni di cittadini italiani, non solo dei 5-7 milioni ben serviti”.

Un messaggio per i medici di medicina generale?

Le società scientifiche e i clinici devono prendere il governo clinico di queste tematiche. Come? Scrivendo percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali che integrino anche il digitale. Se, per esempio, la società scientifica di neurologia definisce un percorso e questo non viene attuato, il paziente può rivendicarlo anche davanti alla magistratura.

Noi medici abbiamo un solo potere: le Linee guida cliniche. Dobbiamo lavorarci sopra, altrimenti ci troveremo una sanità governata solo da ingegneri e burocrati”.

 

medicina del territorio
Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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