Dolore cronico, perché le donne sono più colpite


Niente male è lo slogan scelto per una campagna di sensibilizzazione sulla gestione del dolore acuto e cronico rivolta al pubblico e agli operatori sanitari. Una prospettiva particolare in questo ambito è offerta dalla medicina di genere. Nella giornata milanese dedicata al “Dolore nella donna”, sono state presentate numerose evidenze scientifiche che devono spingere verso una valutazione più accurata delle differenze di genere nella pratica medica.

“Le donne hanno più sindromi dolorose e più malattie che causano loro sofferenza – spiega Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia presso l’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano e Presidente Fondazione Graziottin per la cura del dolore nella donna onlus – Sembra inoltre che riconoscano il problema dolore più precocemente, per una sorta di meccanismo autoprotettivo. Ciononostante, ricevono molta meno attenzione diagnostica e terapeutica, ritrovandosi così costrette a soffrire di più e più a lungo, con l’avanzare dell’età.”

“Dopo la pubertà – aggiunge Graziottin – le malattie infiammatorie e autoimmuni raddoppiano o addirittura triplicano nel sesso femminile, per l’effetto degli ormoni sessuali sulle cellule che regolano le difese immunitarie; in particolare, la fluttuazione degli estrogeni, nel corso del ciclo mestruale, stimola la liberazione di sostanze infiammatorie nei tessuti, con aumento dell’infiammazione e del dolore ad essa correlato. Quanto più la sofferenza persiste, tanto più aumentano i cambiamenti nel Sistema Nervoso Centrale, per cui il dolore si fa sempre più autonomo rispetto all’infiammazione e diventa malattia in sé”.

Un’indagine condotta su 85mila adulti in 17 paesi del mondo ha evidenziato come una sintomatologia dolorosa cronica di qualsiasi tipo affligga il 45 per cento delle donne, rispetto al 31,4 per cento degli uomini. Alle sindromi specifiche del sesso femminile, come la dismenorrea, si somma la maggiore incidenza di patologie come l’emicrania, (3 volte più ricorrente nelle donne), la cefalea tensiva cronica (4 volte di più), l’artrosi (3 volte di più, in menopausa).

“La maggiore prevalenza al femminile del dolore cronico è stata interpretata come una più spiccata sensibilità delle donne agli impulsi dolorosi, che ha in parte radici culturali ma presenta importanti basi biologiche – precisa Diego Fornasari, professore di Farmacologia dell’Università di Milano – Negli ultimi anni è emerso che i meccanismi endogeni deputati alla modulazione e al controllo del dolore funzionerebbero in maniera differente tra maschi e femmine, secondo l’assetto ormonale: in queste ultime, avrebbero un’attività ridotta, il che spiegherebbe la soglia al dolore più bassa”

La differenza di deve essere valutata anche in relazione all’uso degli analgesici: “uomini e donne assorbono, distribuiscono, metabolizzano ed eliminano i farmaci in modo diverso. – ha precisato Fornasari  – Questo implica che l’efficacia o la comparsa di effetti collaterali possano presentare differenze rilevanti e già sappiamo che appartenere al sesso femminile costituisce, di per sé, un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di reazioni avverse. Le donne, ad esempio, possiedono minori quantità di enzimi utili al metabolismo di alcuni farmaci, come gli antidepressivi o certi oppiacei: ciò potrebbe determinare un maggior accumulo nell’organismo”.

Quali sono, allora, gli analgesici meglio tollerati dal genere femminile? “Studi clinici e di farmacosorveglianza, oltre a una lunga tradizione d’uso – prosegue Fornasari – consentono di identificare qualche molecola rivelatasi particolarmente sicura nella donna. Una di queste è il paracetamolo, che ha un buon profilo di safety anche in gravidanza o in post-menopausa, quando comorbidità e politerapie possono esporre le pazienti anziane fragili al rischio di interazioni farmacologiche. Inoltre, è interessante notare che nella femmina in età fertile la produzione di cannabinoidi endogeni, sostanze con un’azione analgesica naturale, tende a diminuire in certe fasi del ciclo ovarico, aumentando la sensibilità al dolore. Avendo il paracetamolo anche un effetto modulatorio positivo sul tono endocannabinoide, si può ipotizzare che questa molecola sia di aiuto alla donna, contribuendo ad alzare la soglia di tolleranza alla sensazione dolorosa”.

“Gli analgesici nella donna devono essere utilizzati con grande appropriatezza – conclude Fornasari – proprio a fronte della maggiore frequenza e intensità con cui il genere femminile è esposto al dolore. Soprattutto in momenti particolari della vita, è bene ricorrere a farmaci che la farmacoepidemiologia ha dimostrato essere sicuri.”