Menopausa precoce e nulliparità aumentano il rischio di insufficienza cardiaca

Le donne in post-menopausa, con una durata più breve della vita riproduttiva e che non hanno mai partorito hanno a un rischio più elevato di insufficienza cardiaca.

Il dato, che conferma il rapporto tra ormoni femminili e rischio cardiovascolare, emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology effettuato su una popolazione di donne senza malattie cardiovascolarei, monitorate da uno studio sanitario a lungo termine (Women’s Health Initiative).

In questa ricerca l’incidenza di ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca nelle donne dopo la menopausa è stata messa in relazione con fattori chiave della vita riproduttiva, come il numero dei nati vivi, l’età della prima gravidanza, la durata della vita riproduttiva dal menarca alla menopausa.

Delle 28.516 donne prese in considerazione, con un’età media di 62,7 ± 7,1 anni all’ingresso nello studio, il 5,2% (1,494) ha avuto un ricovero ospedaliero per insufficienza cardiaca durante un follow-up di 13,1 anni successivi alla menopausa.

Dopo l’aggiustamento dei dati per altre varaiabili, la durata complessiva della vita riproduttiva è risultata inversamente associata all’incidenza di insufficienza cardiaca: HR 0,99 all’anno (CI 95  0,98-0,99 all’anno) e 0,95 per 5 anni (CI 95  0,91-0,99 per 5 anni).

In sostanza l’analisi  ha rivelato che la menopausa precoce è associata a un maggior rischio di insufficienza cardiaca e la nulliparità corrisponde a un aumento del rischio di insufficienza cardiaca diastolica.

“Era noto– ha commentato Nandita S. Scott, della Divisione di Cardiologia del Masschusetts General Hospital di Boston – che gli ormoni presenti durante il periodo riproduttivo nella donna possono influenzare il rischio di malattie cardiache, e che la stessa gravidanza ha effetti sull’emodinamica e può influenzare il rischio cardiovascolare, inoltre anche altri studi ci dicono che una menopausa precoce può aumentare il rischio cardiovascolare.

Questi ulteriori dati ci spingono ad indagare con altri studi i potenziali meccanismi cardioprotettivi dell’esposizione agli ormoni sessuali nelle donne e pongono altre interessanti argomenti per la ricerca futura”.

 

 

 

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