Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-5, il disturbo da gioco d’azzardo (DGA) è stato riclassificato da un disturbo del controllo degli impulsi non altrimenti specificato in un disturbo di dipendenza. Si tratta cioè di una condizione molto vicina alla ludopatia.
Attualmente non esiste una stima precisa delle dimensioni di questo fenomeno in Italia. Dati non recenti del Ministero della Salute stimano che i giocatori a rischio siano dall’1,3% al 3,8% della popolazione generale, mentre la stima dei giocatori d’azzardo “patologici” varia dallo 0,5% al 2,2%.
Un’interessante finestra sulle possibilità di controllare e prevenire il fenomeno, anche grazie all’utilizzo di nuove tecnologie è stata aperta al convegno “Strategie e innovazione per il gioco responsabile. Le persone al centro di un’industria sostenibile”, che si è svolto recentemente a Roma, con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, comunità scientifica, associazioni, enti di ricerca e imprese del settore.
Individuare il disturbo da gioco d’azzardo con l’intelligenza artificiale
Giulia Donadel, professoressa del Dipartimento di scienze cliniche e medicina traslazionale dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e responsabile del Gruppo multidisciplinare di studi e ricerche per la tutela del giocatore consumatore e del gioco responsabile, spiega quale può essere il ruolo delle nuove tecnologie per individuare i giocatori a rischio:
L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per tutelare il giocatore-consumatore attraverso sistemi di controllo, che sono in grado di registrare anomalie nel modo di giocare, ad esempio atteggiamenti compulsivi. Può aiutarci a individuare comportamenti a rischio, ma non è infallibile. E, soprattutto, può essere aggirata. Il giocatore può imparare a ‘raggirare il sistema’. Per questo, servono delle barriere, dei gate, che impediscano all’IA di essere manipolata. A mio avviso il vero nodo oggi è il gioco fisico: quello nelle sale, nei bar e nelle tabaccherie. Qui è molto più difficile monitorare i comportamenti a rischio. Come gruppo di ricerca, stiamo lavorando alla proposta di un registro unico di autoesclusione anche per il gioco fisico”.
In cosa consiste il registro di autoesclusione?
È uno strumento già attivo nel gioco online: un giocatore può autoescludersi per un periodo, impostare limiti di spesa, così facendo, il sistema lo blocca se vengono superati i limiti. Il nostro obiettivo è proporre un modello anche al gioco fisico, come Gratta e Vinci, Enalotto, lotterie etc. utilizzando tecnologie che garantiscano la tutela del consumatore e del gioco sostenibile, senza ricorrere al riconoscimento facciale, che è vietato dal regolamento europeo AI Act”.
Nel post-pandemia, si è assistito a un aumento dei comportamenti compulsivi legati al gioco. Avete riscontrato comorbidità con altri disturbi psichiatrici?
Il lockdown ha purtroppo accentuato l’isolamento sociale, sia nei giovani che negli anziani. Chi era predisposto, anche in modo latente, a sviluppare comportamenti disfunzionali, si è trovato senza reti di protezione. La scuola, la socialità, il lavoro: tutte strutture che normalmente compensano. L’assenza di queste ha portato alla luce problematiche complesse. Per questo è fondamentale utilizzare figure di supporto psicologico presenti nelle scuole, fin dalla scuola elementare, nelle università, nei luoghi di lavoro, per monitorare con appositi questionari, l’interesse verso il gioco nelle sue svariate forme in relazione all’età. Gli atteggiamenti problematici spesso si manifestano già da bambini, e intervenire presto è la vera forma di prevenzione”.
Qual è il ruolo della formazione degli operatori sanitari in questo contesto?
Il problema delle dipendenze viene approfondito in tutti i corsi di studio in cui si affrontano tematiche riguardanti le scienze comportamentali, in particolare psicologia e psichiatria, ma anche i medici di medicina generale, educatori e personale sanitario sono formati in questo contesto. Quello che potrebbe essere utile è richiamare l’attenzione su questo problema e fornire gli strumenti utili per informare e raccogliere informazioni per attenzionare variazioni di comportamentali. Per questo risulta fondamentale il ruolo della formazione e dell’informazione iniziando già nelle scuole. La cultura della prevenzione non è solo una questione clinica, è una questione sociale”.
Secondo lei, qual è la domanda più semplice che un medico può porre al proprio paziente per aprire un dialogo sul tema del gioco?
Semplicemente: ‘Ti piace giocare?’ È una domanda universale. A seconda dell’età del paziente, la risposta può aprire un ventaglio di situazioni. Il ragazzino potrebbe rispondere ‘sì, gioco ai videogiochi’, l’anziano invece dirà ‘mi piace la tombola’. Ma dietro quella risposta potrebbero celarsi abitudini, contesti, persino segnali di rischio. Potrebbe essere ipotizzata la realizzazione di un decalogo ufficiale di ‘allarme’. Sarebbe auspicabile che fosse redatto a livello istituzionale, magari dal Ministero della Salute. Tuttavia, esistono strumenti di derivazione psicologica e comportamentale – questionari, scale di valutazione – che potrebbero essere adattati. L’idea sarebbe quella di raccogliere dati in modo sistematico negli ambulatori dei medici di medicina generale, creando una banca dati centralizzata, utile per il monitoraggio e l’intervento precoce”.
Spesso il gioco è vissuto come momento di socialità, soprattutto tra gli anziani…
Per molti, specialmente gli anziani, il bingo o la tombola sono occasioni di incontro. Ma non possiamo sapere, almeno in prima battuta, come ogni individuo reagisce a quel tipo di stimolo. Il gioco può essere un passatempo, ma può anche diventare una trappola. È proprio per questo che serve maggiore attenzione nella fase iniziale, quando i segnali sono ancora deboli”.



