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Frequenza e intensità dell’esercizio fisico come predittori della salute cerebrale negli anziani

Una ricerca americana ha valutato il rapporto tra attività fisica quotidiana e salute del cervello negli anziani utilizzato dispositivi indossabili e tecniche di neuroimaging

Negli anziani senza segni di demenza l’attività fisica ha una funzione protettiva della salute del cervello. Rimane aperto il dibattito se conti di più la frequenza o l’intensità dell’esercizio. Su questo tema arrivano nuovi dati da uno studio americano che ha utilizzato dispositivi indossabili e tecniche di neuroimaging per un’analisi approfondita dell’attività fisica svolta nella vita reale.

I risultati di questa ricerca sembrano indicare che sessioni di attività fisica brevi, ma frequenti e a maggiore intensità possano rappresentare la migliore strategia preventiva.

Uno studio per approfondire il legame tra esercizio fisico e funzioni cognitive

Per approfondire in che modo la frequenza e la struttura dell’attività fisica possano influenzare l’attività cerebrale, i ricercatori del Memory and Aging Center, Weill Institute for Neurosciences, University of California, San Francisco (Usa), hanno analizzato i dati di un campione di 279 adulti senza demenza, con età media di 72 anni e per il 56% donne, già arruolati nello studio BrANCH di San Francisco. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Alzheimer’s Research & Therapy.

L’analisi ha preso in esame l’attività fisica svolta nella vita reale; per questo tutti i partecipanti hanno indossato per 30 giorni dispositivi di actigrafia da polso per la registrazione continua del numero di passi al minuto. Un nuovo algoritmo ha permesso di identificare le sessioni di attività fisica come periodi di movimento continuo di almeno 10 minuti, con una cadenza di almeno 40 passi al minuto. In base a questo criterio, i partecipanti sono stati classificati come “attivi” (almeno una sessione praticata) o “non attivi” (assenza di sessioni strutturate).

L’analisi statistica ha esaminato 42 diverse caratteristiche dell’attività fisica, valutando anche come queste interagiscono con fattori demografici come età e sesso, in relazione alla funzione cognitiva e ai parametri cerebrali. Sono state considerate memoria episodica, funzione esecutiva e velocità di elaborazione delle informazioni. Parallelamente, mediante tecniche di neuroimaging, sono stati analizzati il volume del lobo temporale mediale, il carico di iperintensità della sostanza bianca (WMH) e l’anisotropia frazionale globale.

Le iperintensità della sostanza bianca, fondamentale per la comunicazione tra le diverse aree del cervello, sono alterazioni visibili alla risonanza magnetica che indicano un danno, spesso di origine vascolare. Rappresentano un segno di invecchiamento cerebrale patologico, correlato anche a forme di demenza tra cui la malattia di Alzheimer e le demenze frontotemporali.

Frequenza e cadenza dell’attività fisica sono associate agli esiti cerebrali

I risultati dello studio possono essere così sintetizzati:

  • il 79% dei partecipanti praticava almeno una sessione di esercizio, ed è stato classificato come attivo
  • questo sottogruppo ha mostrato, rispetto ai non attivi, un minor grado di iperintensità della sostanza bianca
  • la frequenza di pratica dell’attività fisica, e la cadenza del passo, sono risultati i più importanti predittori della salute cerebrale, in particolare per quanto riguarda la funzione esecutiva e gli indici di integrità della sostanza bianca; queste associazioni sono risultate più robuste nelle donne
  • le caratteristiche dell’attività fisica praticata al di fuori delle sessioni, e tutte le interazioni con l’età, sono risultate le meno predittive
  • nelle donne è emersa un’associazione più forte con l’anisotropia frazionale globale, indicatore di buona salute della sostanza bianca.

Nei soggetti non attivi, un numero medio giornaliero più elevato di passi ha mostrato potenziali effetti protettivi sul volume del lobo temporale mediale, sul carico di WMH e sull’anisotropia frazionale globale; questi risultati suggeriscono che una maggiore attività fisica può essere benefica anche se non mantenuta per almeno dieci minuti consecutivi.

Attività fisica come strategia di prevenzione delle demenze

Gli anziani che praticano sessioni di attività fisica di almeno 10 minuti, con una cadenza di almeno 40 passi al minuto, mostrano un danno inferiore della sostanza bianca; pertanto queste due variabili possono essere considerate fattori predittivi della salute cerebrale, specialmente nelle donne.

Secondo gli Autori, la pratica di qualsiasi tipo di attività fisica è preferibile all’inattività, ma l’impegno in sessioni di almeno 10 minuti, anche a bassa intensità, è associata a un minor danno della sostanza bianca negli anziani senza demenza. Inoltre, indipendentemente dall’età, svolgere sessioni più brevi ma più frequenti, e a maggiore intensità, potrebbe rappresentare una strategia preventiva ottimale.

I ricercatori sottolineano comunque un potenziale limite dello studio: la misurazione dei passi tramite actigrafia da polso potrebbe aver sottostimato la reale intensità dell’attività fisica, e inoltre non permette di distinguere il tipo specifico di attività fisica svolta (per esempio, esercizio aerobico o allenamento di resistenza) limitando la possibilità di fornire indicazioni clinicamente rilevanti.

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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