Il consumo frequente di cibi altamente processati è sempre più sotto osservazione per i possibili effetti negativi sulla salute. A preoccupare sono soprattutto le sostanze che favoriscono la conservazione e migliorano aspetto e gusto dei cibi.
Nuovi dati arrivano da due distinte ricerche condotte sulla coorte francese NutriNet-Santé, costituita daoltre 100.000 adulti seguiti per una media di circa 7 anni. I ricercatori hanno valutato se il consumo frequente di conservanti alimentari possa modificare rischio di sviluppare diabete tipo 2 (T2D) o un tumore. Si tratta di due studi, pubblicati sul British Medical Journal, importanti per la mole e la qualità dei dati esaminati. Sono stati analizzati 17 conservanti, basandosi su una quantificazione dettagliata dell’assunzione di additivi attraverso registri alimentari ripetuti e banche dati sulla composizione degli alimenti.
Le analisi, coordinate dal gruppo di epidemiologia nutrizionale dell’INSERM (l’istituto pubblico francese dedicato alla ricerca biomedica e alla salute umana) rivelano che un consumo molto frequente dei cibi che contengono alcuni di questi additivi può determinare un significativo aumento del rischio di diabete tipo 2 (T2D) e di alcuni tipi di tumore.
Si tratta soprattutto di conservanti non antiossidanti come sorbati, nitriti, solfiti e acetati. Ad esempio, i sorbati (soprattutto il sorbato di potassio, E202) sono risultati associati a un aumento del rischio complessivo di cancro (+14%) e di tumore della mammella (+26%), mentre un’elevata assunzione di nitrito di sodio (E250) è stata associata a un incremento del rischio di tumore della prostata (+32%). Anche i solfiti (E221-E228) sono stati collegati a un aumento del rischio oncologico, in particolare per il carcinoma mammario.

Per quanto riguarda il diabete, 12 dei 17 conservanti analizzati sono risultati associati a un aumento del rischio di T2D. Oltre ai conservanti non antiossidanti, sono emerse associazioni anche per alcuni antiossidanti come ascorbato di sodio (E301), alfa-tocoferolo (E307) ed eritrobato di sodio (E316). L’eccesso di rischio di diabete si inserisce in un quadro più ampio che collega il consumo di alimenti ultra-processati a un aumento del rischio metabolico.
Gli autori sottolineano che, sebbene i risultati necessitino di conferma, sono coerenti con dati sperimentali che suggeriscono effetti dannosi di alcuni conservanti, potenzialmente mediati da stress ossidativo, infiammazione e alterazioni metaboliche. Alla luce di queste evidenze, i ricercatori auspicano una “rivalutazione regolatoria” dell’uso dei conservanti da parte delle autorità sanitarie, in particolare europee, e ribadiscono l’importanza delle raccomandazioni nutrizionali che invitano a “limitare il consumo di alimenti ultra-processati” e a privilegiare cibi freschi e minimamente trasformati.
Emulsionanti e salute dell’intestino
Un altro elemento oggetto dell’attenzione dei ricercatori sono gli emulsionati. Utilizzati per migliorare la consistenza e la stabilità dei cibi, e per contribuire a mantenerne l’aspetto, il gusto e la conservazione, gli emulsionanti si trovano in molti prodotti industriali, tra cui pasticcini, torte, gelati, dessert, cioccolato, pane, margarina, burri di frutta secca, glasse e creme pronte e pasti pronti.
Secondo ricerche recenti gli emulsionanti, correlati al consumo di alimenti processati industrialmente, potrebbero avere effetti negativi sulla salute intestinale e sulla composizione del microbiota.
Kevin Whelan, docente di dietetica presso il Dipartimento di Scienze Nutrizionali del King’s College di Londra, in una intervista rilasciata a Medscape ha detto:
Le evidenze a oggi disponibili suggeriscono possibili effetti negativi sulla salute gastrointestinale e metabolica; come altri additivi alimentari, tra cui dolcificanti artificiali, coloranti, microparticelle e nanoparticelle, gli emulsionanti influenzano negativamente il microbiota intestinale, oltre che la permeabilità e l’infiammazione dell’intestino.”
Secondo i risultati di alcune ricerche due sostanze di impiego comune, ossia carbossimetilcellulosa (CMC) e polisorbato 80, potrebbero avere effetti negativi sulla mucosa intestinale. La carbossimetilcellulosa è stata associata, in modelli sperimentali, ad alterazioni del microbiota intestinale e a un possibile incremento della crescita batterica a livello del piccolo intestino, mentre il polisorbato 80 sembra favorire l’aumento della permeabilità epiteliale e la traslocazione batterica. È stato inoltre ipotizzato che tali sostanze possano attivare vie infiammatorie mediante l’attivazione del fattore di trascrizione nucleare NF-κB, con conseguente induzione dell’espressione di geni pro-infiammatori, tra cui quelli codificanti per citochine come IL-6 e TNF-α.
Uno studio recente (ADDapt trial), condotto su 154 pazienti con malattia di Crohn assegnati a seguire una dieta con o senza emulsionanti per otto settimane, ha tuttavia mostrato che i pazienti che seguivano una dieta priva di emulsionanti ha mostrato tassi di remissione più elevati e una riduzione del 50% dei livelli di calprotectina fecale, considerata indicativa dell’infiammazione intestinale. Da qui la conduzione di ulteriori ricerche per chiarire il ruolo del microbiota e della permeabilità intestinale.
In attesa di dati più solidi, gli esperti concordano sulla possibilità di raccomandare alle persone con disturbi gastrointestinali di ridurre l’assunzione di alimenti ultra-processati, e ricchi di emulsionanti.
Viene raccomandato di “evitare alimenti ad alto contenuto di grassi e altamente trasformati, che danneggiano la barriera intestinale, e di preferire, alla dieta di tipo occidentale, modelli alimentari che la proteggono, come la dieta mediterranea che privilegia la presenza di grassi insaturi salutari (olio extravergine d’oliva, frutta secca), abbondanza di alimenti vegetali (frutta, verdura, cereali integrali), fonti proteiche magre (pesce, legumi) e un basso apporto di cibi industriali.”
Attualmente la maggior parte dei dati disponibili deriva da studi in vitro e su modelli animali, utili per identificare meccanismi potenziali ma non direttamente generalizzabili all’uomo. Gli esperti sottolineano pertanto la necessità di ulteriori studi clinici per valutare in modo più preciso l’impatto degli emulsionanti sulla salute intestinale umana.
Secondo Kevin Whelan, è prematuro emettere linee guida ufficiali o politiche pubbliche restrittive sugli emulsionanti, così come raccomandare di evitare del tutto il consumo di queste sostanze. Tuttavia, i clinici potrebbero già consigliare ai pazienti una dieta meno elaborata, con effetti positivi sulla salute in generale e su quella intestinale in particolare.



