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Case della Comunità, l’assistenza integrata secondo Agenas

Paolo Petralia, direttore generale dell’AOUI di Verona commenta le linee di indirizzo sul lavoro delle équipe multiprofessionali nella Case di comunità

Agenas ha pubblicato le linee di indirizzo definitive sul lavoro delle équipe multiprofessionali nelle Case della Comunità, in attuazione del DM 77/2022. Il modello supera l’assistenza affidata a singoli professionisti e prevede un’équipe di base composta da medico di assistenza primaria o pediatra, infermiere, assistente sociale e personale amministrativo. In base ai bisogni del paziente, il gruppo può ampliarsi coinvolgendo specialisti, psicologi, farmacisti, riabilitatori e altri operatori. L’obiettivo è garantire una presa in carico integrata, con condivisione di informazioni, decisioni e responsabilità. Le indicazioni, non vincolanti, potranno essere adattate dalle Regioni ai diversi contesti territoriali.

Ne parliamo con Paolo Petralia, direttore generale dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, partendo dal concetto di interdisciplinarietà.

Prima di tutto bisogna chiarire una differenza sostanziale: multidisciplinarietà e interdisciplinarità non sono sinonimi. La multidisciplinarietà è una somma di competenze; l’interdisciplinarietà, invece, è un prodotto nuovo che nasce dall’integrazione reale tra professionisti. Per anni abbiamo costruito modelli in cui diverse figure lavoravano nello stesso contenitore, come le Case della salute, i poliambulatori e i servizi integrati, senza però generare un vero percorso comune. La novità del DM 77 e delle indicazioni Agenas è proprio questa: costruire un modello organizzativo nuovo, non una semplice coesistenza di professionalità. Tutto ciò è tuttavia, una sfida complessa. Ai professionisti non viene chiesto soltanto di lavorare in un luogo diverso, ma di ridefinire il proprio modo di operare, confrontandosi con altri colleghi e costruendo insieme un percorso condiviso. A questo si aggiunge la pressione delle scadenze del PNRR: le Case della comunità devono essere operative in tempi rapidi e il rischio è che il “come” venga sacrificato all’urgenza del risultato. Ci sono poi questioni contrattuali e normative ancora aperte: responsabilità professionale, tutele assicurative, aspetti organizzativi e regolamentari. Tutti elementi indispensabili per rendere sostenibile il cambiamento”.

Nel modello proposto  da Agenas, come cambia il ruolo del medico di medicina generale?

Il medico di famiglia resta il “gatekeeper” del sistema, ma in un significato più evoluto. Il rapporto fiduciario con il paziente continua a essere il cuore della medicina generale e non deve disperdersi nella molteplicità delle figure presenti nella Casa di comunità. Il rischio, altrimenti, è che il medico di riferimento diventi solo un’etichetta organizzativa. Per evitarlo bisogna costruire modelli che non si limitino a garantire ore di presenza, ma che preservino la continuità della presa in carico. Oggi tendiamo a misurare tutto in termini di debito orario: quante ore deve restare aperta la struttura, quante ore deve garantire il professionista. Ma il punto centrale non è il tempo in sé: è il significato di quel tempo. Il medico di medicina generale non deve essere soltanto colui che visita e prescrive, ma il professionista che accompagna il paziente lungo tutto il percorso di cura”.

Quale ruolo avranno strumenti digitali e infrastrutture organizzative?

Storicamente il medico di famiglia ha lavorato in modo piuttosto isolato, al massimo con un’infermiera di studio o in associazione con altri colleghi. Nelle Case di comunità, invece, l’équipe deve diventare reale. Il medico di medicina generale non può essere una figura residuale: deve essere un nodo centrale della rete, con accesso pieno a strumenti organizzativi, digitali e diagnostici. Se il medico può eseguire alcuni accertamenti direttamente nella struttura, magari con il supporto della telerefertazione specialistica, si riducono rinvii inutili, attese e costi. Questo migliora sia l’esperienza del paziente sia la qualità del lavoro clinico del professionista, che riesce a seguire in prima persona il percorso diagnostico-terapeutico”.

Come si può misurare l’efficacia delle équipe multidisciplinari?

Per anni abbiamo valutato i servizi sanitari soprattutto con indicatori quantitativi. Ma il numero delle prestazioni non basta. Nemmeno la sola soddisfazione del cittadino, pur importante, è più sufficiente. Dobbiamo iniziare a ragionare in termini di valore. Questo significa misurare non soltanto l’output, cioè quante prestazioni vengono erogate, ma gli outcome di salute prodotti. Quando riusciremo a dimostrare che un modello organizzativo genera un reale miglioramento degli esiti clinici e della presa in carico, allora potremo dire che quel modello ha valore. Ed è proprio il valore che dovrebbe guidare investimenti, risorse e riconoscimento professionale”.

AgenasCase di comunitàMMG
Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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