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Medicina del territorio, un modello costruito con la comunità

In un piccolo comune ligure si sta sperimentando con successo un nuovo modello assistenziale in cui i servizi raggiungono i cittadini al loro domicilio

Neirone è  un piccolo comune nell’entroterra di Genova, con una popolazione di 900 abitanti, in gran parte over 65, molti dei quali vivono da soli. Qui è partito “Neirone in salute” un progetto pilota di sanità territoriale all’avanguardia, avviato dall’Asl 4 Liguria. Un nuovo modello di presa in carico della popolazione anziana che potrebbe fare da apripista ad iniziative analoghe in altre zone interne del nostro Paese.

Maria Elena Secchi, direttore di Area 4 Ats Liguria, spiega:

il progetto “Neirone in salute” si inserisce nel quadro della riforma dell’assistenza territoriale delineata dal DM 77 ed è una delle prime applicazioni in Liguria della Legge 33, dedicata alle politiche per le persone anziane. Neirone è un piccolo borgo in un’area geograficamente disagiata e socio-economicamente fragile, dove l’accesso ai servizi sanitari, concentrati soprattutto sulla costa, è più complesso. Per questo abbiamo pensato a un modello di presa in carico personalizzata e proattiva di tutti gli anziani del territorio.”

Quando è partita la sperimentazione e quali risultati preliminari avete osservato?

Il progetto è partito nell’aprile 2025. In pochi mesi siamo arrivati a prendere in carico circa il 77% della popolazione anziana: 264 persone su oltre 340 over 65 residenti. Il fulcro operativo è stato l’infermiere di famiglia e di comunità, figura centrale nel nuovo modello territoriale, capace di intercettare precocemente bisogni anche inespressi, spesso direttamente al domicilio. Quando sono emerse fragilità socio-sanitarie più complesse, abbiamo attivato un’équipe multidisciplinare con medici di medicina generale, assistenti sociali e altri professionisti”.

Quali indicatori utilizzerete per valutare l’impatto assistenziale e sociale del progetto?

La valutazione è orientata al valore e include indicatori assistenziali, organizzativi e sociali. Tra gli esiti principali monitorati ci sono: riduzione delle ospedalizzazioni evitabili e degli accessi impropri al pronto soccorso, continuità della presa in carico, mantenimento dell’autonomia funzionale e appropriatezza degli interventi nelle persone fragili e polipatologiche. Accanto a questi, consideriamo anche dimensioni di qualità della vita, soddisfazione e riduzione dell’isolamento sociale, attraverso strumenti come PROMs e PREMs”.

Il progetto è stato accolto positivamente dalla popolazione?

Il gradimento da parte dei cittadini è stato molto alto e la soddisfazione complessiva rappresenta uno degli elementi più incoraggianti della sperimentazione”.

Questo modello potrebbe essere replicato in altre aree interne della Liguria o del Paese?

Questo è uno degli obiettivi principali. La Liguria ha una costa densamente abitata e un entroterra spesso spopolato e difficilmente raggiungibile. Un modello come questo può essere replicato in molti contesti simili, e non solo regionali ma anche nazionali”.

Qual è il ruolo del medico di medicina generale in questo progetto?

Nelle realtà montane e interne, il medico di medicina generale è davvero il regista del percorso di cura. Lavora a stretto contatto con infermieri di comunità, assistenti sociali e altri professionisti all’interno del Punto Salute, coordinando l’équipe, discutendo i casi e costruendo i piani assistenziali individualizzati. La prossimità fisica e organizzativa facilita moltissimo l’integrazione”.

Quanto è stata importante la telemedicina nell’attuazione del progetto?

È stata fondamentale, soprattutto nelle zone remote. Nel Punto Salute di Neirone abbiamo attivato postazioni di telemedicina che hanno permesso televisite con specialisti ospedalieri e teleconsulti tra MMG e specialisti. Questo riduce disagi logistici e tempi di accesso, migliorando continuità e appropriatezza delle cure”.

Lo studio di valutazione dell’impatto del progetto sulla salute

Paolo Petralia, già DG della ex Asl 4 Liguria, ci parla del valore scientifico e organizzativo del progetto.

Quali sono i risultati più concreti che emergono dalla sperimentazione? 

Abbiamo costruito “Neirone in Salute” come un vero e proprio studio scientifico, con razionale, obiettivi, strumenti di verifica e possibilità di replica. Il progetto ha avuto anche un impatto formativo: ha generato tesi di specializzazione, di master e percorsi di ricerca in collaborazione con l’Università di Genova e La Sapienza di Roma. È inoltre una delle sperimentazioni presentate ad Agenas tra le circa 120 a livello nazionale”.

Dal punto di vista epidemiologico, cosa avete osservato sulla popolazione anziana presa in carico?

Abbiamo stratificato la popolazione utilizzando l’MPI (Multidimensional Prognostic Index). È emersa una prevalenza di rischio lieve nella fascia 65-74 anni, con quote minori di rischio moderato ed elevato. Un dato molto rilevante è l’aumento della presa in carico: prima del progetto avevamo solo 33 anziani seguiti, oggi siamo arrivati a circa 300 persone coinvolte”.

Qual è il messaggio generale che arriva da questo progetto?

“Neirone in Salute” è un esempio di progetto di community building: un modello in cui attori sanitari, istituzioni e comunità locale collaborano per costruire salute, prima ancora che curare malattia. Non ha richiesto risorse aggiuntive, ma ha prodotto più servizi grazie alla sinergia tra professionisti, cittadini, comune, associazioni e realtà del territorio. L’obiettivo è invertire il paradigma: non sono le persone a rincorrere le prestazioni, ma sono i percorsi di cura che devono raggiungere le persone”.

Quindi umanizzazione delle cure e sostenibilità possono convivere?

L’umanizzazione delle cure non è “buonismo”: è un modello relazionalmente fondato, ma anche organizzativamente efficiente. È nell’incrocio tra prossimità, integrazione e management sanitario che si costruisce una sanità davvero sostenibile”.

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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