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RSA sotto pressione: pochi posti, attese lunghe, famiglie sole

Offerta dimezzata rispetto alla media OCSE, liste d’attesa e costi privati elevati stanno trasformando le RSA in servizi per i casi più gravi, senza risorse adeguate né integrazione con il territorio

Secondo il recente Rapporto OASI 2025 dell’Osservatorio Long Term Care del Cergas-SDA Bocconi, gli anziani non autosufficienti nel nostro Paese hanno superato i 4 milioni nel 2023, con una crescita costante rispetto al biennio precedente.

I servizi pubblici non sono in grado di soddisfare i bisogni di assistenza di questa popolazione: le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) soddisfano solo il 7,6% dei bisogni, mentre l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) raggiunge circa il 30% delle persone fragili, con una progressiva riduzione delle ore medie di assistenza per utente; i centri diurni coprono appena lo 0,6% della domanda complessiva.

Questa carenza di servizi pubblici efficaci lascia molte famiglie in balia di soluzioni private costose o dell’impegno diretto dei caregiver familiari, con costi personali, sociali ed economici sempre più elevati. La difficoltà di valutare i bisogni in modo univoco e di integrare efficacemente i servizi sanitari e sociali accentua le disuguaglianze regionali e la frammentazione delle risposte assistenziali.

Elisabetta Notarnicola, professore associato presso SDA Bocconi e coordinatrice dell’Osservatorio Long Term Care di CERGAS-SDA Bocconi, descrive il quadro che emerge dalla ricerca:

I dati ci raccontano una situazione molto chiara. Da un lato, il numero di anziani non autosufficienti continua ad aumentare; dall’altro, l’offerta di servizi finanziati dal welfare pubblico è rimasta sostanzialmente stabile nel tempo. Questo crea uno scollamento sempre più marcato tra i bisogni reali e la capacità di risposta del sistema.
I servizi pubblici disponibili in modo uniforme sul territorio nazionale sono essenzialmente tre: le RSA, l’assistenza domiciliare integrata (ADI) e i centri diurni integrati. Questi ultimi, però, sono quantitativamente irrilevanti e coprono meno dell’1% della popolazione che ne avrebbe bisogno”.

Entriamo nel merito delle RSA. Quali sono oggi le principali criticità di questo settore?

La prima grande criticità è la scarsità dell’offerta. Se ci confrontiamo con altri Paesi europei, il numero di posti letto in strutture analoghe alle RSA è circa la metà della media OCSE. Questo riflette un sotto investimento pubblico strutturale.
C’è poi una contraddizione evidente con il dibattito pubblico degli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, che ha spesso dipinto le RSA come servizi inutili o da superare. In realtà, le RSA non solo non sono state sostituite da alternative, ma restano indispensabili per molte famiglie, come dimostra anche ciò che avviene negli altri Paesi europei”.

Che conseguenze ha questa scarsità sull’accesso ai servizi e sulle famiglie?

Le RSA sono poche e molto richieste, quindi il servizio è caratterizzato da lunghe liste d’attesa. Per far fronte a queste attese, molte famiglie ricorrono a posti totalmente privati, pagando rette che possono superare i 100 euro al giorno.
Questo significa sostenere costi mensili molto elevati, spesso insostenibili nel lungo periodo. Di conseguenza, le famiglie tendono a rivolgersi alle RSA solo quando la situazione dell’anziano diventa estremamente grave e non più gestibile a domicilio”.

Questo ha modificato anche il profilo degli ospiti delle RSA?

Le RSA sono diventate sempre più il servizio per i casi più gravi. L’età media degli ospiti è ormai molto elevata: in molte regioni supera gli 85 anni e in alcune arriva fino a 89.
Anche la permanenza media si è ridotta drasticamente: oggi è inferiore all’anno, circa 8 mesi. Le condizioni cliniche degli ospiti sono sempre più compromesse, con un’elevata complessità sanitaria. Di fatto, molte RSA stanno diventando luoghi di fine vita”.

Questo ruolo è coerente con la missione delle RSA?

Sulla carta, le RSA sono strutture a elevata integrazione sociosanitaria, ma non sono pensate come reparti ad alta intensità sanitaria, né come strutture specialistiche per le cure palliative.
Le professionalità e le dotazioni previste, spesso non sono adeguate alla gravità dei casi che oggi vi vengono accolti. Questo costringe le strutture a continui adattamenti e ciò rappresenta una criticità importante, sia organizzativa sia assistenziale”.

Esistono modelli alternativi o soluzioni per ridurre il sovraccarico sulle famiglie e la frammentazione della presa in carico?

Il punto di partenza è riconoscere che le risorse pubbliche sono limitate e che lo saranno anche in futuro. È quindi necessario decidere in modo esplicito come allocarle, sulla base di criteri chiari: gravità sanitaria, condizioni economiche, tutela delle famiglie, supporto ai caregiver.
Sono tutte scelte legittime, ma oggi manca una direzione definita. Anche il dibattito sulle ‘rette Alzheimer’ dimostra come decisioni politiche fondamentali vengano spesso scaricate sui gestori o demandate alla magistratura”.

Che ruolo può giocare l’integrazione pubblico-privato?

Oggi la maggior parte dei costi dell’assistenza grava sulle famiglie, sia in termini economici sia di caregiving. Tuttavia, questo avviene al di fuori di qualsiasi regia pubblica.
Senza un coordinamento, il rischio è duplice: da un lato, l’abbandono alle sole regole del mercato; dall’altro, l’assenza totale di regole, con conseguenti distorsioni e situazioni di forte iniquità. Servono modelli che integrino pubblico e privato in modo governato e trasparente”.

In questo contesto, quale potrebbe essere il ruolo dei medici di medicina generale?

Le famiglie vedono il medico di medicina generale come il principale punto di riferimento nella gestione quotidiana della cura. Non si aspettano che sostituisca il caregiver, ma chiedono orientamento, informazioni e continuità nella presa in carico.
Tuttavia, oggi, questa aspettativa è spesso disattesa, anche perché i medici hanno già carichi di lavoro molto elevati. Inoltre, i sistemi sociosanitari non hanno mai davvero coinvolto i medici di medicina generale nella presa in carico degli anziani fragili”.

Le nuove strutture territoriali, come le Case della Comunità o gli infermieri di comunità, possono rappresentare una soluzione?

Queste figure dovrebbero diventare il punto di riferimento per le famiglie, offrendo orientamento e continuità assistenziale. Tuttavia, nella pratica siamo ancora molto lontani da una piena attuazione.
Non sappiamo quando questi modelli entreranno davvero a regime né come funzioneranno concretamente. È una prospettiva promettente, ma ancora tutta da verificare.
Tutti gli studi sui bisogni delle famiglie convergono su un punto: oltre all’assistenza, ciò che viene maggiormente richiesto è orientamento nel tempo, accompagnamento nell’evoluzione della malattia e della fragilità.
Che questo ruolo venga svolto dai medici di medicina generale, dagli infermieri di comunità o anche attraverso strumenti come la telemedicina, è una scelta da fare. Ma riconoscere questo bisogno e rispondere in modo strutturato è oggi una priorità non più procrastinabile”.

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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