Epatite C, più diagnosi con il coinvolgimento del MMG

Nel 2016 l’incidenza di Epatite C in Italia è stata dello 0,2 per 100.000 (dati Seieva). Si è rilevata una diminuzione nella fascia di età 25-34 anni e un aumento in quella tra 35 e 54 anni. I maggiori fattori di rischio riportati sono: i rapporti sessuali non protetti, gli interventi chirurgici, l’esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici e l’uso di droghe per via endovenosa.

L’Oms ha recentemente approvato una strategia per l’eradicazione del virus dell’epatite C entro il 2030, che prevede di ridurre del 90% i nuovi casi, di trattare l’80% dei pazienti e ridurre del 65% i decessi legati ai virus. Un obiettivo raggiungibile anche grazie all’approvazione di nuovi farmaci antivirali ad azione diretta che hanno uno spettro d’azione più ampio dell’interferone.

L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha raccomandato la concessione dell’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione Europea di due nuove terapie di combinazione contro l’infezione cronica (a lungo termine) da virus dell’epatite C (HCV), Epclusa (sofosbuvir/velpatasvir) e Zepatier (grazoprevir/elbasvir). Questi nuovi regimi, come si legge sul sito dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) permettono la cura di pazienti con infezione cronica da HCV senza la necessità degli interferoni, farmaci associati a effetti collaterali poco tollerabili e potenzialmente gravi, che escludono dal trattamento una percentuale considerevole di pazienti con HCV.

Il principale nodo da sciogliere è quello dei casi “sommersi” ossia delle persone affette dal virus senza saperlo. In un recente incontro su “il nuovo volto della lotta all’HCV”, Salvatore Petta, gastroenterologo del Dipartimento Biomedico di Medicina Interna e Specialistica del Policlinico Universitario di Palermo, ha affermato: “Uno studio del 2015 svolto in cinque grande aree urbane italiane ci fornisce un quadro epidemiologico verosimile: si parla di una prevalenza intorno al 2,3% della popolazione, e un 20% dei malati che non sa di esserlo. I dati ci dicono che uno screening di massa è inutile, quello che serve è un monitoraggio indirizzato alle popolazioni a rischio: presidi nei Sert e nelle carceri, ma anche campagne indirizzate ai soggetti che praticano rapporti sessuali a rischio, ai pazienti che devono sottoporsi a dialisi o trasfusioni frequenti. E per identificare questi pazienti è essenziale il coinvolgimento dei medici di base”.

Anche le strategie di cura richiedono un nuovo impegno organizzativo. Come spiega Ivan Gardini, Presidente dell’associazione di pazienti EpaC onlus: “Enunciare un piano eradicazione non basta: i pazienti in trattamento dovrebbero essere raddoppiati, ma i numeri ci dicono che ancora non ci siamo. Per raggiungere le soglie previste servirà un serio impegno della politica e delle regioni, per ridefinire le reti di cura, renderle capillari, e prendere in carico tutti i pazienti già diagnosticati”.

 

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