Le donne con FA hanno più benefici dalla terapia anticoagulante orale

Uno studio da poco apparso sul Journal of the American College of Cardiology (JACC) mostra che un gruppo di donne con una nuova diagnosi di fibrillazione atriale (FA) aveva un rischio più basso di emorragia cerebrale (ICH) e una migliore sopravvivenza a 1 anno se trattato con un anticoagulante orale o con warfarin. Lo stesso beneficio non si è riscontrato nel gruppo corrispondente di sesso maschile. Tuttavia, non c’erano differenze significative nei due sessi per quanto riguarda il rischio di ictus ischemico, embolia e sanguinamento gastrointestinale.

Per questo studio i ricercatori hanno utilizzato un database sanitario con le cartelle cliniche di 7 milioni di residenti a Hong Kong. Sono stati selezionati 15.292 adulti con una nuova diagnosi di FA non valvolare tra il 2010 e il 2015 a cui è stato prescritto un anticoagulante orale (apixaban, dabigatran, rivaroxaban) o warfarin.

Sono stati poi confrontati due gruppi omogenei (per età, punteggio di rischio, comorbilità, visite ospedaliere e uso di farmaci), il primo composto da 2486 uomini che hanno ricevuto warfarin e 2486 uomini che hanno ricevuto un anticoagulante orale, il secondo costituito da 2417 donne che hanno ricevuto warfarin e 2417 donne trattae con anticoagulante orale.

Circa un terzo dei pazienti (30%) aveva avuto un ictus e il 72% stava assumendo un agente antipiastrinico. Gli uomini e le donne sono stati seguiti per una media di 1,23 anni e 1,29 anni, rispettivamente.

L’outcome primario di ictus ischemico o embolia sistemica si è verificato nel 6,1% degli utilizzatori di warfarin e nel 5,6% degli utilizzatori di anticoagulanti orali tra gli uomini e nel 7,9% degli utilizzatori di warfarin e nel 6,3% degli utilizzatori anticoagulanti orali tra le donne,  senza differenze significative nei due sessi.

Tra le donne, tuttavia, l’uso di anticoagulanti orali era associato a un rischio significativamente inferiore per emorragia cerebrale (HR 0,16, IC al 95% 0,06 – 0,40; P <0,001) e mortalità per tutte le cause (HR, 0,55; IC 95%, 0,39 – 0,77; P <0,001).

In un editoriale di commento, a firma Giulia Renda e Raffaele De Caterina, dell’Università degli studi “G. D’annunzio” di Chieti e Pescara si precisa che: ” Il rischio tromboembolico correlato alla fibrillazione atriale potrebbe diverso nell’uomo e nella donna e influenzare la risposta alla terapia con anticoagulanti orali- Questo motiva un approcio sex-specific al trattamento dei pazienti con FA.”

A determinare le differenze sono soprattutto fattori ormonali, legati sia al ciclo naturale sia all’assunzione di contraccettivi o terapie ormonali. I cambiamenti dei livelli ormonali influiscono sui fattori della coagulazione. “In generale – scrivono gli autori – più sono alti i livelli di ormoni femminili, più sono attivati i fattori della coagulazione. D’altro canto, anche il rischio di di sanguinamento sembra essere più alto nelle donne, come l’impatto sul rischio cardiovascolare e la mortalità. Il maggior rischio di sanguinamento viene in parte motivato da una dose inappropriata di antitrombotici, correlata soprattuto al peso corporeo più basso delle donne.”

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Giornalista professionista specializzato in editoria medico-scientifica, editor, formatore.

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