Covid-19, il test di olfatto e gusto potrebbe essere utile nei casi sospetti?

Tra il 12 e il 17 aprile sono stati pubblicati due studi americani, uno su pazienti ambulatoriali e l’altro su pazienti ricoverati in ospedale, che confermano la forte associazione tra Covid-19 e disfunzioni dell’olfatto e del gusto. Un dato che suggerisce la possibilità di considerare questa peculiare manifestazione della malattia per lo screening veloce dei pazienti con sintomi sospetti.

Lo studio ambulatoriale

Il primo studio pubblicato sulla rivista International Forum of Allergy and Rhinology ha preso in esame 1480 pazienti sottoposti a test per Covid-19, che riferivano sintomi simil-influenzali. La raccolta dei dati su olfatto e gusto è stata fatta a distanza utilizzando una piattaforma internet tra il 3 e il 29 marzo.

Lo studio ha incluso 59 su 102 (58%) pazienti positivi al Covid-19 e 203 su 1.378 (15%) negativi. La perdita dell’olfatto e del gusto è stata riferita, rispettivamente, dal 68% (40/59) e dal 71% (42/59) dei soggetti positivi al Covid -19, contro il 16% (33/203) e il 17% (35/203) dei pazienti negativi (p <0,001).

Alterazioni dell’olfatto e del gusto erano associate in modo indipendente con la positività al Covid-19, in particolare anosmia: odds ratio aggiustato [aOR] 10,9, (IC 95%: 5,08-23,5); ageusia: aOR 10,2 (IC 95%: 4,74-22,1); mentre il mal di gola era associato alla negatività al Covid-19 (aOR 0,23, (IC 95%: 0,11-0,50).

Dei pazienti che hanno riportato perdita dell’olfatto associata a Covid-19, il 74% (28/38) ha riferito la risoluzione dell’anosmia con la risoluzione clinica della malattia.

Gli autori concludono che: “in soggetti che si rivolgono a un ambulatorio con sintomi simil-influenzali, la disfunzione chemosensoriale era fortemente associata all’infezione da Covid-19 e deve essere presa in considerazione quando si selezionano i sintomi di screening. La maggior parte dei pazienti recupererà la funzione chemosensoriale entro qualche settimana, parallelamente alla risoluzione di altri sintomi correlati alla malattia”.

Lo studio ospedaliero

Un altro studio, pubblicato sulla stessa rivista, ha sottoposto 60 pazienti ricoverati per Covid-19 e altrettanti controlli a un test validato (University of Pennsylvania Smell Identification Test, UPSIT) di 40 odori. L’obiettivo era valutare l’entità e la frequenza della disfunzione olfattiva.

È risultato che 59 dei 60 pazienti con Covid-19 (98%) presentavano una disfunzione dell’olfatto. Inoltre, 35/60 pazienti (58%) erano o anosmici (15/60; 25%) o gravemente microsmici (20/60; 33%); 16 hanno mostrato microsmia moderata (16/60; 27%), 8 microsmia lieve (8/60; 13%) e uno solo normosmia (1/60; 2%). I deficit erano evidenti per tutti i 40 odori del test UPSIT. Non sono state rilevate relazioni significative tra i punteggi dei test e il sesso, la gravità della malattia o le comorbilità.

Gli autori concludono che: “i test quantitativi sull’olfatto dimostrano che la ridotta funzione dell’olfatto, ma non sempre l’anosmia, è un marcatore importante per l’infezione da SARS-CoV-2 e suggeriscono la possibilità che i test olfattivi possano aiutare, in alcuni casi, a identificare i pazienti COVID-19 che necessitano di un trattamento precoce o quarantena.”

Ultimo aggiornamento il 27 Aprile 2020 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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