Obesità come patologia e nuove prospettive di trattamento farmacologico

I risultati di diversi studi recenti stanno aprendo nuovi scenari nella terapia farmacologica dell’obesità. Un approccio che parte dal riconoscimento dell’obesità come patologia complessa e multifattoriale. Per fare il punto su questo nuovo approccio abbiamo incontrato uno dei maggiori esperti italiani il professor Paolo Sbraccia, ordinario di Medicina interna Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e direttore della UOC di Medicina Interna e del Centro per la Cura dell’Obesità del Policlinico Tor Vergata, Roma.

Di seguito riportiamo una sintesi dei principali argomenti affrontati nella videointervista.

Riconoscere l’obesità come una malattia

“Purtroppo ancora oggi l’obesità – esordisce Sbraccia – viene considerata un disturbo nutrizionale fondamentalmente basato su scelte di stile di vita, potenzialmente reversibili. In realtà l’obesità è una malattia complessa con alterazioni a livello prevalentemente ipotalamico che creano forti resistenze al dimagrimento, ma soprattutto forti resistenze al mantenimento del peso. Considerare la persona obesa come una persona non in grado di controllarsi è un modo per ghettizzarla, per stigmatizzarla. È fondamentale che l’obesità venga riconosciuta come una malattia e che il sistema sanitario nazionale adegui il proprio approccio al paziente obeso in questo senso.”

L’approccio del Medico di Medicina Generale

“Il Medico di medicina generale – aggiunge Sbraccia – come sempre è cruciale perché il primo crocevia. Il MMG di fronte a un paziente che ha un problema di obesità di solito prescrive una vista dal dietologo. Tuttavia anche se il paziente segue con costanza la dieta prescritta, cosa che spesso non avviene, e ottiene una perdita di peso, nella maggior parte dei casi tende poi a riprendere peso. Un obiettivo terapeutico efficace non può essere quello di perdere peso temporaneamente, soprattutto se riteniamo che l’obesità sia una patologia complessa e sia una patologia di per sé, indipendentemente dalla presenza di comorbidità, che in realtà andrebbero chiamate complicanze. Le complicanze dell’obesità sono innanzitutto cardiometaboliche, ma ci sono anche quelle meccaniche (carico su organi e articolazioni) ci sono quelle che in qualche modo coinvolgono il sistema nervoso centrale, ma anche in assenza di queste complicanze l’obesità è di per sé disabilitante. Quindi l’approccio più corretto è quello di indirizzare il paziente ad un centro di alta specializzazione, in cui vengono gestite anche le complicanze e viene programmata un’azione di strategia di riduzione del peso, che preveda certamente un cambiamento dello stile di vita, ma possa utilizzare anche altri strumenti come la terapia cognitivo comportamentale, la terapia farmacologica e, se necessario, la chirurgia.”

Importanti novità sul fronte farmacologico

“Sulla terapia dell’obesità – spiega Sbraccia -stanno emergendo novità importanti sul fronte farmacologico. Stiamo vivendo quella che definirei una “primavera” della farmacoterapia dopo un lungo e piuttosto freddo inverno caratterizzato dalla comparsa di farmaci che avevano effetti collaterali tali da causarne la sospensione. Oggi, invece, vi sono nuove molecole o anche nuove associazioni di farmaci con un ottimo profilo di sicurezza e con una buona efficacia. Gli investimenti nella ricerca hanno portato a nuovi risultati. I dati disponibili in alcuni casi preliminari in altri casi pressoché finali ci consentono di immaginare un futuro in cui la farmacoterapia potrebbe essere il cardine della terapia, così come lo è per le altre malattie croniche come per esempio il diabete.”

“La novità più rilevante è certamente quella di un analogo del GPL-1. Una classe di farmaci che consente di trattare il diabete di tipo 2 e che ha rivelato poi di svolgere anche a un’azione a livello del sistema nervoso centrale, in particolare dell’ipotalamo, con un effetto sull’appetito sulla sazietà. Questo è il meccanismo alla base del trattamento con la liraglutide che viene utilizzato nel diabete e nella terapia dell’obesità. Abbiamo poi anche un farmaco analogo, la semaglutide, con una maggiore durata d’azione che consente la somministrazione sottocute settimanale. Al dosaggio di 2,4 mg questa molecola ha mostrato dati che io considero abbastanza rivoluzionari, perché si è abbondantemente superato il muro del 10% di calo del peso, si è arrivati a lambire il 20 per cento di riduzione del peso, un risultato che si avvicina a quello che si ottiene con le tecniche chirurgiche più lievi, come il bendaggio gastrico. Questi e altri risultati ampiamente discussi al recente congresso europeo dell’obesità (ECO 2021) possono innescare un cambiamento nella terapia dell’obesità, che per le caratteristiche di questa patologia, come abbiamo detto all’inizio dell’intervista, deve essere un trattamento cronico.”

 

 

Ultimo aggiornamento il 17 Giugno 2021 di: Pierpaolo Benini

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

Back To Top