PFAS, un fattore di rischio di ipertensione sottovalutato

In un ampio studio prospettico su più di 1000 donne di diverse etnie (SWAN Study of Women’s Health Across the Nation) è emerso che una maggiore concentrazione nel sangue di alcuni composti chimici artificiali è associata a una maggiore probabilità di sviluppare ipertensione. Sotto accusa sono le sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate (PFAS), composti chimici ampiamente utilizzati che hanno la proprietà di rendere i materiali impermeabili ai grassi e all’acqua. Si trovano quindi in pentole antiaderenti, involucri per alimenti e tessuti impermeabili, ma anche anche in cosmetici, pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.

Da tempo è sotto osservazione la presenza di PFAS nell’ambiente (acqua potabile, terreni agricoli, ecc.) e nell’organismo umano.

Gli effetti dei PFAS sulla salute

Nonostante gli studi sull’uomo siano ancora insufficienti, ricerche su animali da laboratorio mostrano che queste sostanze ad alte concentrazione possono provocare danni al fegato, alla tiroide, al sistema immunitario e riproduttivo e aumentare il rischio di alcune neoplasie.

Sulla base dei dati più recenti  l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (Epa) ha recentemente ridotto drasticamente le concentrazioni consentite di questi acidi che gli americani chiamano “forever chemicals” (contaminanti permanenti).

L’associazione tra concentrazione nel sangue di PFAS e rischio di ipertensione

Il nuovo studio pubblicato sulla rivista Hypertension ha incluso 1058 donne di mezza età senza  ipertensione all’inizio dello studio. Alle partecipanti è stato misurato il livello di concentrazione sierica di PFAS e sono state poi seguite con visite di follow-up annuali tra il 1999 e il 2017. L’ipertensione è stata definita come pressione sanguigna ≥140 mmHg sistolica o ≥90 mmHg diastolica oppure in presenza di trattamento antipertensivo.

Rispetto al terzile più basso, le donne nel terzile più alto della concentrazione sierica basale di perfluorottano sulfonato (PFOS) avevano un rischio maggiore del 42% di sviluppare ipertensione rispetto alle coetanee nel terzile più basso (hazard ratio aggiustato [aHR], 1,42; IC 95%, 1,19 – 1,68; P trend = .01). Risultati simili sono stati trovati per perfluoroottanoato (PFOA) e 2-N-etil-perfluorottano sulfonamido acetato (EtFOSAA), con un maggior rischi di ipertensione del 47% (aHR, 1,47; IC 95%, 1,24 – 1,75; P trend = .01) e del 42% (aHR , 1,42; IC 95%, 1,19 – 1,70; P trend = .01) rispettivamente.

Infine considerando le concentrazione totali di tutti i PFAS, le donne nel terzile più alto avevano un rischio maggiore del 71% di sviluppare ipertensione rispetto a quelle nel terzile più basso. . (HR 1,71 IC 95%, 1,15–2,54; P trend=0,008),

Sung Kyun Park, della School of Public Health, University of Michigan riassume così il senso della ricerca:

I nostri risultati suggeriscono che l’esposizione cumulativa ai PFAS a lungo termine, anche prima della mezza età, può aumentare il rischio di ipertensione e, pertanto, ridurre l’esposizione della popolazione a queste sostanze potrebbe avere enormi vantaggi per la prevenzione della pressione alta e di altre malattie. “

Il limite principale dello studio è che ha preso in esame un campione composto da sole donne e solamente nella fascia d’età di mezzo, ma i risultati suggeriscono comunque la necessità di approfondire le conoscenze sugli effetti sulla salute umana di composti chimici largamente impiegati e molto diffusi nell’ambiente.

Ultima revisione: 27 Giugno 2022 – Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.