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Malattie mentali, superare stigma e diffidenza con i colori dell’arte

  • Silvia Pogliaghi
  • Sanità

Al CPS 4 di Milano, Centro Psico Sociale di viale Puglie, negli spazi appositamente ridisegnati, si accolgono come in un abbraccio le persone che soffrono di problematiche mentali, grazie al progetto ‘Coloriamo i luoghi della salute mentale’, partito da Milano e promosso da Lundbeck Italia su scala nazionale. Le opere d’arte che abbelliscono l’ambiente della sala di attesa e della sala riabilitativa si distinguono per l’uso di colore e luce.  Le installazioni sono di opere tratte dal concorso di arti grafiche promosso da Lundbeck ‘People in Mind’, pensato per sensibilizzare la società sul superamento di stigma e pregiudizi attraverso il linguaggio universale e inclusivo dell’arte.

Sono oltre 9 milioni in Italia le persone che soffrono di disturbi mentali (Meridiano Sanità, 2023), patologie che vanno da disturbi psichici alle malattie psichiatriche, ma solo 770 mila persone sono seguite dai Dipartimenti di salute mentale. Sono ancora molte le persone che a causa dello stigma non si avvicinano alle strutture di cura. Il Medico di Medicina Generale diventa così un punto di riferimento fondamentale sia per i pazienti affetti da questi disturbi, sia per i familiari che si occupano dell’assistenza, i quali spesso si trovano anch’essi in situazioni di disagio.

Lo stigma sociale ostacola il riconoscimento precoce della malattia mentale

Abbiamo chiesto a Bernardo Dell’Osso, professore ordinario di Psichiatria all’Università degli Studi di Milano e direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze ASST Fatebenefratelli-Sacco, gli aspetti più importanti della relazione medico e paziente che si instaura in contesti difficili, con un focus particolare sul coinvolgimento del caregiver per sottolineare l’integrazione e l’importanza dell’assistenza territoriale psichiatrica.

“Nella nostra professione – afferma Dell’Osso – abbiamo la possibilità di incontrare i caregiver, che spesso sono familiari stretti: li coinvolgiamo con tutte le attenzioni riferite alla privacy, tenendo presente, che nei diversi contesti di patologia, la persona con disturbo psichico o malattia psichiatrica può avere una serie di fragilità e la necessità di supporto. Per il medico specialista in questo ambito, il ruolo del caregiver è insostituibile”. E aggiunge:

una buona parte delle patologie mentali esordisce prima dell’età adulta e può presentare un decorso cronico-recidivante, con necessità di monitoraggio periodico e di continuità di cure. Nonostante l’incremento di circa il 30 % di casi di depressione e ansia in seguito alla pandemia, come registrato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, vi è ancora un forte stigma sociale che impedisce di parlare delle malattie mentali come di vere e proprie patologie, rinunciando così non solo alla possibilità di ricevere interventi terapeutici ma anche al riconoscimento delle manifestazioni iniziali per adottare strategie preventive. Da qui l’importanza dell’assistenza territoriale psichiatrica, che consente di svolgere attività di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione, recupero e reinserimento sociale in luoghi vicini alla residenza dei pazienti. Questo progetto, che vuole ridisegnare gli spazi della cura, rappresenta un esempio virtuoso di alleanza fra clinici, pazienti, familiari, pubblico e privato”.

L’importanza di coinvolgere il caregiver nell’intervento di cura

“Nei Centri Psico Sociali – prosegue Dell’Osso – si cerca, da subito, un intervento integrato, che non consiste soltanto nei vari tipi di presidi terapeutici che vengono proposti al paziente come il farmaco, la psicoterapia, gli interventi di riabilitazione e di recupero cognitivo, ma si lavora in un’ottica di inclusione anche del caregiver principale; individuarlo ed averlo a bordo, nei casi in cui sia disponibile è di fondamentale importanza. Un’alleanza anche tra il medico e il caregiver è fondamentale per alcuni aspetti come la continuità, il permanere nel percorso di cura, l’aderenza alle terapie e la presenza ai colloqui. Questo è interessante anche per integrare le informazioni che dà il paziente sugli interventi di cura, e il riscontro che il caregiver può dare ci mette nelle condizioni di capire come calibrare meglio le terapie.” E aggiunge:

“informare il caregiver è la prima cosa da fare, soprattutto per pazienti con problematiche di tipo cronico e che vanno incontro a esacerbazioni. Il caregiver deve essere informato su che cos’è la patologia, come si cura e come deve essere assunta la terapia nel tempo. Inoltre, è importante dare più spazio di ascolto anche alle esigenze dei caregiver stessi, non solo perché questi possano supportare più efficacemente il percorso di cura del paziente, ma anche perché, come spesso accade, anche loro hanno bisogno di essere supportati: essere in prima linea nella gestione di un familiare con un disturbo psichiatrico coinvolge molto il caregiver”.

“Infine – conclude Bernardo Dell’Osso – anche la rete del territorio, non solo il medico di medicina generale, ma anche gli operatori delle case di comunità, devono svolgere il loro ruolo all’interno di una rete che deve portare il paziente nel percorso di cura più appropriato. Questa rete e la capacità da parte di questi operatori di dialogare tra di loro, è percepita come molto importante dal paziente e dai suoi familiari.”

L’esperienza del Centro Psico Sociale e l’integrazione con il territorio

“Il CPS 4 di viale Puglie è una struttura del territorio e storicamente fuori dall’ospedale da quando è nata, per cui l’integrazione con la medicina di base e adesso anche con le nuove case di comunità, è fattiva”. Evidenzia Carlotta Palazzo, medico responsabile del CPS di Viale Puglia, per l’ASST Fatebenefratelli- Sacco, che aggiunge:

nella Casa di comunità che abbiamo vicino viene ospitato un progetto a cui collaboriamo per le case popolari, che prevede la presenza dello psicologo. Abbiamo avuto modo di relazionarci molto con i medici di medicina generale e con i loro rappresentanti, invitandoli, anche di recente, nel nostro servizio perché le nostre patologie sono in grande evoluzione anche a livello diagnostico; quindi, capita che i colleghi del territorio abbiano delle difficoltà a comprendere le dinamiche su come inviare i pazienti”.

“Il nostro servizio – spiega Palazzo – non si occupa solo di psichiatria, quindi medicina, ma si occupa anche di colloqui psichiatrici e di assistenza sociale; quindi, di ricostruire attorno al paziente tutta una rete in cui il medico di medicina generale, ovviamente, non può mancare. Il medico di medicina generale non ha solo il ruolo di inviante o prescrittore, ma, essendo i nostri pazienti spesso gravati da una mortalità precoce, l’integrazione col medico di base è fondamentale per mantenere una qualità delle cure internistiche di questi malati che condividiamo. Molto spesso il medico di medicina generale intercetta delle situazioni anche potenzialmente pericolose per l’individuo, e di conseguenza è in grado, se le relazioni sono buone, di attuare degli invii precoci o anche di collaborare con noi in alcune pratiche a domicilio”.

Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.