Nuovi dati sulla relazione tra terapia ormonale sostitutiva e rischio cardiovascolare per le donne in menopausa arrivano da una analisi secondaria di dati del Women’s Health Initiative, pubblicata sulla rivista Obstetrics & Gynecology. Con l’obiettivo di valutare il rischio di eventi avversi cardiovascolari associati alla terapia ormonale sostitutiva, in relazione allo stato cardiometabolico delle donne trattate, i ricercatori hanno analizzato i dati di donne in postmenopausa, di età compresa tra 50 e 79 anni, arruolate tra il 1993 e il 1998 presso 40 centri statunitensi. Il campione comprendeva 10.739 donne sottoposte in precedenza a isterectomia e 16.608 donne con utero integro.
Le donne sottoposte a isterectomia sono state assegnate, in modo casuale, a una terapia con estrogeni equini coniugati (CEE) alla dose di 0,625 mg/die, oppure a placebo in uno dei due studi; le donne con utero integro sono state assegnate invece a una terapia composta da CEE associati a acetato di medrossiprogesterone (MPA), alla dose di 2,5 mg/die, oppure placebo nell’altro studio.
Principale outcome della ricerca era la frequenza della cardiopatia coronarica (CHD), definita come infarto miocardico non fatale o morte per CHD; gli esiti secondari comprendevano ictus, mortalità per tutte le cause e tromboembolia venosa.
Il rischio di cardiopatia coronarica cresce con livelli più alti di colesterolo LDL
L’analisi mostra che il rischio di cardiopatia coronarica associato alla terapia ormonale varia in funzione del profilo lipidico della donna. Il dato è particolarmente evidente nelle donne trattate con CEE+MPA, non in trattamento ipolipemizzante. In queste donne, a livelli di LDL inferiori a 130 mg/dL non corrispondeva un aumento del rischio di cardiopatia coronarica rispetto a placebo (HR 0,59; IC al 95% 0,31–1,10). Quando invece i livelli di LDL raggiungevano almeno 190 mg/dL, il rischio risultava più che raddoppiato (HR 2,77; IC al 95% 1,42–5,40). A fare la differenza non era quindi l’uso della terapia ormonale, ma il livello di colesterolo LDL presente prima del trattamento. Un andamento analogo è stato riscontrato considerando il rapporto tra LDL e HDL; nelle donne con un valore di LDL/HDL inferiore a 2,5, l’HR era 0,73, mentre raggiungeva 1,76 nelle donne con valori del rapporto LDL/HDL superiori a 4.
L’aumento del rischio di cardiopatia coronarica associato alla terapia ormonale non è stato riscontrato peer le donne che già si trovavano in trattamento per iperlipidemia. Altri fattori cardiometabolici considerati nello studio -pressione arteriosa, glicemia, trigliceridi e presenza di sindrome metabolica- non hanno modificato il rischio di cardiopatia coronarica associato a terapia con CEE o CEE + MPA.
Il controllo dei livelli di colesterolo da considerare nella selezione delle donne candidate alla terapia ormonale
Nel complesso, i risultati suggeriscono che l’analisi del profilo lipidico basale potrebbe distinguere le donne nelle quali la terapia ormonale non aumenta il rischio coronarico da quelle con rischio maggiore, soprattutto quando il colesterolo LDL è elevato e non è già trattato. La terapia ormonale sostitutiva non sembra quindi avere lo stesso impatto sul rischio coronarico in tutte le donne; il controllo dei livelli di colesterolo LDL potrebbe contribuire alla selezione delle donne candidate a terapia con estrogeni coniugati CEE o a terapia con CEE+MP.



