Probiotici, intestino sotto controllo per la prevenzione cardiovascolare

Un documento di consenso intersocietario evidenzia i vantaggi clinici ed economici dell’uso dei probiotici in funzione ipocolesterolemizzante

L’uso di probiotici nella prevenzione cardiovascolare è un approccio utile dal punto di visto clinico e potenzialmente molto vantaggioso per la spesa sanitaria.

Lo afferma il documento di consenso intersocietario “Disbiosi intestinale e rischio cardiovascolare: valore clinico ed economico dell’intervento nutraceutico”, realizzato con il supporto incondizionato di Montefarmaco OTC e presentato a Bologna all’VIII Congresso Nazionale SINut (Società Italiana di Nutraceutica).

Il documento definisce, attraverso i dati attualmente disponibili, lo stato dell’arte delle relazioni fra microbiota e malattie cardiovascolari (CVD) e analizza i benefici economici dei probiotici (associati o meno ad altri nutraceutici) nella disbiosi intestinale e nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Secondo Claudio Borghi, Ordinario di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università degli Studi Alma Mater di Bologna. “La logica tradizionale ritiene che l’intestino svolga solo una funzione nell’apparato digerente, invece sappiamo con chiarezza che il nostro intestino è circondato e colmo di una serie di microorganismi che possono muoversi nel nostro corpo e generare sostanze in grado di influenzare altri organi a distanza. Tra questi organi c’è anche l’apparato cardiovascolare; l’interazione tra microbiota intestinale (mondo vivo nell’intestino) e l’apparato cardiovascolare è diventato un tema sempre più rilevante.”

Da questa premessa nasce l’interesse per l’impiego degli integratori nel controllo della colesterolemia.

Arrigo Cicero del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Università degli Studi di Bologna e Presidente SINut, primo firmatario tra gli esperti del board che ha stilato il documento, spiega che:

non sempre, per ridurre i valori medio-bassi di colesterolo nel sangue, è necessario ricorrere ai farmaci e non sempre è sufficiente una variazione dello stile di vita. Diversi studi clinici oggi dimostrano che singoli integratori, o associazioni di integratori, possono dimostrarsi particolarmente efficaci per il contenimento della colesterolemia”.

“Nel caso in cui non sia utilizzabile in prima scelta la statina, può essere necessario usare un integratore nutraceutico – aggiunge Alberto Martina del Dipartimento di Scienze del Farmaco e Master Prodotti Nutraceutici dell’Università degli Studi di Pavia -. Anche il caso dell’intolleranza ai farmaci può far preferire i nutraceutici. Con l’aumento dell’età, gli effetti negativi delle statine possono farsi sentire maggiormente, quindi i nutraceutici possono essere una valida alternativa, o possono essere somministrati a supporto del farmaco stesso. In questo caso si parla di supplementazione nutraceutica (add on treatment)”.

Un altro  non trascurabile aspetto dell’utilizzo del nutraceutico in funzione di prevenzione CV riguarda i possibili risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale.

Complessivamente si stima che il costo delle malattie cardiovascolari in Europa superi i 196miliardi l’anno. Di questi, il 54% è associato a costi diretti sanitari sostenuti dai Sistemi sanitari; il 24% è dovuto a costi indiretti associati alla perdita di produttività dei pazienti e il 22% è sostenuto dalle famiglie in termini di informal care

spiega Giorgio Colombo, docente di Organizzazione Aziendale, Facoltà di Farmacia, Università degli Studi di Pavia e Direttore Scientifico SAVE (Studi Analisi Valutazioni Economiche) di Milano.

In particolare, nel nostro Paese, il costo medio sostenuto dal SSN per soggetto con ipercolesterolemia è di 6.100 euro l’anno, che oscillano da 3400 euro a 8.800 euro.

Secondo i risultati di una recente analisi di nutra-economia, il potenziale risparmio che si genererebbe per il Sistema Sanitario Nazionale nell’arco di 10 anni a seguito dell’uso dei prodotti nutraceutici nell’ipercolesterolemia, ammonterebbe a circa 116 milioni di euro, che si tradurrebbe, pertanto, in un risparmio annuo di circa 11,6 milioni di euro.

Se l’intento -, conclude Colombo – è quello di spostarsi dalla medicina tradizionale alla medicina preventiva e dalla promozione del farmaco a quella della salute, i prodotti nutraceutici potrebbero risultare utili per la riduzione dell’incidenza di importanti patologie croniche e/o delle loro complicanze e comportare, quindi, un reale risparmio per il Sistema Sanitario.

 

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