Coronavirus, quali strade per una terapia farmacologica?

Lo scorso 12 febbraio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha ufficialmente battezzato COVID-19 (coronavirus disease 2019) la forma di influenza causata dal virus denominato SARS-CoV2, un nome scelto per evidenziare le affinità con il virus della SARS (Sindrome respiratoria acuta grave), che provocò un’epidemia tra il 2002 e il 2003.

Lo stesso giorno a Ginevra il Global Research and Innovation Forum, un convegno di 300 esperti di tutto il mondo ha definito le priorità della strategia di contrasto al nuovo coronavirus.

Allo stato attuale non esiste una terapia farmacologica efficace contro questa infezione virale. Come si sta muovendo la ricerca? Con il passare delle settimane aumentano i dati clinici e di laboratorio a disposizione dei ricercatori per cercare di individuare agenti farmacologici in grado di neutralizzare il virus.

Considerando che lo sviluppo di un vaccino richiederà almeno un anno, alcuni ricercatori hanno proposto, in un editoriale comparso su Nature Reviews Drug Discovery di utilizzare farmaci antivirali già registrati, o in via di essere registrati, di cui è già noto il profilo farmacologico.

Gli studi su antivirali noti

“Questi farmaci – spiega in un comunicato Guido Antonelli, professore Ordinario di Microbiologia e Microbiologia Clinica della “Sapienza” Università di Roma e Vice-Presidente della Società italiana di microbiologia – hanno mostrato una certa attività nei confronti di coronavirus strettamente correlati. In particolare ci si riferisce a farmaci che hanno come bersaglio le cinque proteine riconosciute come target per lo sviluppo di agenti antivirali contro SARS e MERS.”

“È del tutto evidente – conclude Antonelli – che occorre comunque fare ogni sforzo possibile per limitare la diffusione di questa nuova malattia e per sviluppare vaccini e agenti antivirali ad ampio spettro per combattere i coronavirus che i virologi conoscono come virus in grado di effettuare frequentemente “salti di specie”.

In un altro articolo comparso su Drug Discovery Today T. Pillaiyar e coll. del Dipartimento di Chimica medica e farmaceutica, dell’Università di Bonn (Germania) fanno il punto sui più recenti sviluppi della ricerca di inibitori del nuovo coronavirus.

I ricercatori spiegano che tra i sei coronavirus conosciuti gli studi si sono concentrati su quelli all’origine della SARS e della MERS, le due forme influenzali con gli effetti respiratori più gravi. Il nuovo coronavirus mostra un’affinità genetica soprattutto con il virus della SARS, tanto da essere stato chiamato SARS-CoV-2.

Il primo approccio è quindi quello, già citato, dell’utilizzo di farmaci antivirali noti, che sono stati sperimentati per altre infezioni virali o altre indicazioni. Questo filone di studi ha portato a individuare anche una serie di principi attivi sui coronavirus umani, che hanno mostrato in laboratorio una forte capacità inibizione della replicazione di quattro CoV. Finora però nessuno di questi principi attivi è stato convalidato per uso nell’uomo.

Interferire con i meccanismi di replicazione del virus

Un altro approccio della ricerca sui farmaci anti-CoV prevede lo sviluppo di nuove terapie basate sulla comprensione genomica e biofisica del singolo CoV al fine di interferire con il virus stesso o di interrompere le sue esigenze metaboliche dirette. Su questa strada, spiegano i ricercatori dell’Università di Bonn, si stanno studiando diversi approcci. Uno di questi è il possibile uso di inibitore della proteasi, come il disulfiram, un farmaco approvato dalla FDA per l’uso nella terapia contro l’alcolismo.

Un’altra strada riguarda la proteina dell’elicasi, enzima specifico della replicazione del DNA, componente necessario per la replicazione del virus nelle cellule ospiti, che potrebbe costituire un target della terapia anti coronavirus.  Un altro approccio prende di mira la sintesi dell’RNA coronovirale legato alla membrana e, secondo gli autori di questa rassegna: “ha mostrato una potente attività antivirale dell’infezione da MERS-CoV con notevole efficacia”.

Rafforzare le difese immunitarie

Una tattica terapeutica alternativa punta invece a rafforzare le difese dell’ospite per prevenire l’infezione o fermare la replicazione del virus. In questo approccio il focus è sulla risposta dell’interferone, cruciale per il controllo della replicazione virale dopo l’infezione. L’aggiunta di interferone ricombinante esogeno o l’uso di farmaci per stimolare la normale risposta dell’interferone sono entrambe potenziali vie terapeutiche.

Un’attenzione particolare è dedicata a remdesivir, un nuovo farmaco antivirale nella classe degli analoghi nucleotidici. È stato sviluppato come trattamento per la malattia da virus Ebola e le infezioni da virus di Marburg. Successivamente è stato dimostrato che agisce anche contro virus molto differenti, come il virus respiratorio sinciziale, il virus Junin e il MERS-CoV.

In una conferenza stampa all’inizio di questo mese, Anthony S. Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases degli Usa, ha riferito che uno studio randomizzato, controllato e di fase 3 sul farmaco antivirale remdesivir è attualmente in corso in Cina per stabilire se il il farmaco può essere un trattamento efficace e sicuro per i pazienti adulti con malattia COVID-19 lieve o moderata.

“La nostra crescente comprensione di nuovi coronavirus emergenti sarà accompagnata da crescenti opportunità per la progettazione di terapie. Soprattutto, le informazioni di  base sulla proteasi di CoV aiuteranno anche nella lotta contro SARS-CoV e MERS-CoV e permetterà di avere strumenti per fronteggiare i nuovi coronavirus che potrebbero emergere in futuro”, hanno concluso gli autori.

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Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.