Covid-19, come si spiegano le differenze di genere?

Nella ricerca clinica ed epidemiologica sull’infezione causata dal virus SARS-CoV-2 sta assumendo un’importanza crescente la medicina di genere, ossia l’approccio che studia l’influenza sulla malattia delle differenze biologiche e comportamentali tra uomini e donne.

I dati finora disponibili evidenziano differenze di sesso e genere in molti aspetti importanti dell’infezione, come la sintomatologia, l’evoluzione clinica e la mortalità.

Non è ancora possibile dire se ci siano differenze significative nelle diagnosi, ossia se la malattia colpisca più gli uomini o le donne. I dati disponibili non sono sufficienti. In Italia e in altri paesi le diagnosi sembrano più numerose nelle donne, in altri paesi asiatici l’infezione sembra molto più frequente nei maschi. Gli organismi sanitari internazionali hanno raccomandato la raccolta di dati disaggregati per genere, ma attualmente non sono sempre disponibili.

Lo studio di queste differenze è fondamentale per migliorare le conoscenze sulla malattia e per la ricerca della terapia. Tener conto delle differenze di genere potrebbe anche  migliorare l’efficacia delle cure.

Gli uomini sono più a rischio?

I dati finora raccolti in Italia e in altre nazioni europee mostrano un tasso di mortalità per Covid-19 quasi doppio negli uomini rispetto alle donne. Diverse ricerche sembrano confermare l’ipotesi che l’infezione tenda ad avere un’evoluzione peggiore negli uomini.

In uno degli studi più recenti, condotto da una rete di medici generalisti inglesi,  il sesso maschile risulta un fattore di rischio indipendente per il Covid-19.

Lo studio, pubblicato il 15 maggio su Lancet infectious Disease, a cura dell’Oxford Royal College of General Practitioners Research and Surveillance Centre, ha arruolato 3.802 pazienti sottoposti a test per il  SARS-CoV-2, di cui 587 positivi, nel periodo dal 28 gennaio al 4 aprile 2020. L’obiettivo era identificare i fattori di rischio per lo sviluppo dell’infezione.

Il sesso maschile è stato associato in modo indipendente a una maggiore probabilità di risultare positivo al SARS-CoV-2. I positivi tra gli uomini erano il 18,4% (296/1612) contro il 13,3% delle donne (291/2190); OR aggiustato 1,55 ( IC 95% 1,27–1, 9). Inoltre, in questo studio, sono risultate più a rischio le persone con malattia renale cronica (32,9% di positivi contro il 14, 4% senza malattia) e gli obesi (20,9% di positivi contro il 13, 2% di persone normopeso).

Donne più impegnate sul fronte della cura

Un approccio di genere alla pandemia mette in luce altri aspetti che riguardano le differenze nelle funzioni sociali e lavorative tra i due sessi.

Tra gli operatori sanitari le donne sono più colpite. In Italia sono donne il 69% degli operatori infetti e il dato è simile in altri paesi come Stati Uniti (73%), Spagna (72%) e Germania (75%). Un dato verosimilmente legato alla maggiore presenza femminile tra il personale ospedaliero.

Inoltre, come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità, va considerato il peso dell’assistenza famigliare che nella maggioranza dei casi ricade sulle donne. “La popolazione dei caregiver familiari (CF) – scrive l’ISS –  potrebbe risultare particolarmente vulnerabile durante la pandemia COVID-19, sia perché maggiormente esposta al rischio di contagio, in quanto i soggetti a cui i CF prestano le cure appartengono spesso alle categorie più colpite da COVID-19, almeno in Italia, ovvero gli anziani ultra60enni, sia perché la presenza di patologie preesistenti, come le malattie cardiovascolari e l’ipertensione, o l’obesità e le malattie metaboliche, rappresentano nell’infezione da SARS-CoV-2 importanti fattori di rischio per lo sviluppo di forme gravi e addirittura letali associate a COVID-19.”

Differenze biologiche e meccanismi dell’infezione

Per spiegare le differenze di genere nell’infezione di Covid-19 sono state inizialmente indicati alcuni fattori comportamentali come una maggiore tendenza al tabagismo degli uomini e una maggiore igiene e cura della persona delle donne.

Inoltre, si è pensato a fattori ormonali. Sul possibile ruolo del testosterone, ad esempio, è stato avviato un progetto di ricerca dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, che coinvolgerà diversi gruppi di ricerca italiani ed europei e sarà coordinato da Andrea Salonia, direttore di URI, l’Istituto di Ricerca Urologica del San Raffaele.

Salonia spiega che il progetto è nato: “Non solo perché sappiamo che il testosterone ha un ruolo nel modulare la risposta immunitaria, ma perché i testicoli – responsabili della produzione dell’ormone negli uomini – sono insieme ai polmoni tra gli organi che mostrano una maggiore espressione del recettore ACE2, usato dal nuovo coronavirus per entrare nelle cellule.”

Il ruolo nello sviluppo dell’infezione da SARS-CoV-2 dell’ACE-2, enzima 2 di conversione dell’angiotensina, fondamentale per il controllo della pressione sanguigna, è sicuramente uno dei temi centrali della ricerca attuale su Covid-19, anche perché l’ipertensione è una delle comorbidità di riscontro più frequente nei casi più gravi e con esiti peggiori.

Il ruolo di ACE-2

Di recente uno studio olandese su un’ampia coorte di pazienti con insufficienza cardiaca ha riscontrato nei pazienti maschi una maggiore concentrazione plasmatica di ACE2 rispetto alle donne. Questo dato, secondo gli autori, potrebbe aiutare a spiegare perché gli uomini con insufficienza cardiaca sono più vulnerabili all’infezione rispetto alle donne.

Nello studio, da poco pubblicato sull’European Heart Journal i ricercatori hanno misurato le concentrazioni di ACE-2 nei campioni di sangue prelevati da due gruppi di pazienti con insufficienza cardiaca di 11 paesi europei. Un primo gruppo comprendeva 1.485 uomini e 537 donne. I risultati sono stati validati in un secondo gruppo indipendente di di 1123 uomini e 575 donne. L’età media dei partecipanti era di 69 anni per gli uomini e 75 anni per le donne, e nella coorte di validazione rispettivamente di 74 e 76 anni.

Un altro elemento importante emerso da questo studio è che l’uso di alcuni farmaci ipertensivi, come di ACE-inibitori, sartani (bloccanti del recettore dell’angiotensina) o diuretici (antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi) non influisce sulle concentrazioni di di ACE-2 plasmatico.

Il dato è significativo perché la scoperta che il virus SARS-CoV-2 utilizza ACE-2 come via di accesso alle cellule aveva portato a un allarme sull’uso di ACE inibitori e sartani come possibile fattore favorente la malattia.

Ipotesi su rischi e benefici degli antipertensivi

L’’ipotesi, poi  smentita anche da uno studio in Lombardia, che ACE-inibitori e sartani potessero favorire o aggravare il Covid-19  ha portato a un appello delle società scientifiche a non sospendere le terapie con questi farmaci. Il rischio di eventi avversi dovuti all’ipertensione infatti supera gli eventuali benefici (non dimostrati) sull’infezione da Covid-19.

“Per quanto ne sappiamo – afferma Adriaan Voors professoressa di di Cardiologia all’Università di Groningen (Paesi Bassi) –  questo è il primo studio che esamina l’associazione tra le concentrazioni plasmatiche di ACE2 e l’uso di bloccanti del sistema renina-angiotensina-aldosterone in pazienti con malattie cardiovascolari. Non abbiamo trovato prove che gli ACE-inibitori e gli ARB  siano associabili a un aumento delle concentrazioni di ACE-2 nel plasma. I nostri risultati non suggeriscono che i farmaci debbano essere sospesi nei pazienti con insufficienza cardiaca che sviluppano COVID-19. Sono un trattamento molto efficace per l’insufficienza cardiaca e gli effetti ipotetici sull’infezione virale devono essere attentamente valutati rispetto ai loro comprovati benefici “,

In un editoriale di accompagnamento a questo studioGavin Oudit, dell’Università di Alberta, in Canada, e il professor Marc Pfeffer, del Brigham and Women’s Hospital, Harvard Medical School, USA, scrivono: “Di fronte alla rapida pandemia di COVID-19 e in assenza di dati definitivi, i risultati ottenuti nei pazienti con insufficienza cardiaca nel periodo pre-COVID-19 offrono prove a sostegno dell’oppertunità di continuare gli ACE-inibitori o ARB nei pazienti a rischio di infezione da SARS-CoV-2. In questo campo tutto si sta muovendo rapidamente. Oraabbiamo due studi osservazionali sull’uso di inibitori ARB/ACE in pazienti COVID-19 ospedalizzati, che non mostrano alcun rischio aumentato per i pazienti COVID-19 e che suggeriscono persino possibili benefici.”

Ultimo aggiornamento il 25 Maggio 2020 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

Back To Top