Covid-19, le evidenze disponibili sulle differenze di genere

“Medicina di genere e COVID-19”, su questo tema è stato pubblicato alla fine di luglio un documento elaborato dai referenti del tavolo per la medicina di genere degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), istituito dal Ministero della Salute. Un ampio panel di specialisti ha raccolto e analizzato le evidenze scientifiche disponibili sulla correlazione tra l’infezione da SARS-CoV-2 e il genere.

“Le implicazioni della medicina di genere si sono rivelate centrali nell’ambito dell’epidemia da SARS-CoV-2 che si è diffusa in scala globale. – spiega Barbara Garavaglia, presidente CUG dell’Istituto Besta, che fa parte degli esperti del tavolo IRCCSL’infezione da SARS-CoV-2 (COVID-19) ha manifestato un’ampia suscettibilità alla dimensione del genere, che riguarda diversi aspetti, tra cui la prevalenza, la severità e la mortalità.”

Il documento esamina la correlazione tra Covid-19 e genere e la correzione tra patologia e genere in condizioni di fragilità e comorbidità.

(leggi qui il testo del documento)

Le differenze di genere nelle complicanze e nella mortalità

Qual è il quadro che emerge dal lavoro degli specialisti degli IRCCS?

Nelle conclusioni del documento si legge che “globalmente, le donne, rispetto agli uomini, presentano meno complicanze e hanno una minore mortalità, come testimoniato dal dato della mortalità degli uomini con meno di 65 anni che è doppia rispetto alle donne della medesima fascia di età, anche in assenza di complicanze. Tali differenze possono essere spiegate dal fatto che, dal punto di vista biologico, il virus entra all’interno della cellula mediante il legame della proteina Spike con la proteina ACE2 e il successivo utilizzo di una proteasi della cellula ospite, TMPRSS2. I livelli di entrambe le proteine, ACE2 e TMPRSS2, sono più elevati nel sesso maschile, dal momento che la loro espressione è modificata dagli ormoni sessuali. Inoltre, il sesso è un determinante della risposta immunitaria in generale: gli individui di sesso maschile mostrano maggiore prevalenza e gravità di infezioni batteriche, virali e parassitarie rispetto al genere femminile”

“Nel caso di malattia da SARS-CoV-2 severa – specifica inoltre il documento – le persone di sesso femminile sviluppano più alti livelli di anticorpi di tipo IgG rispetto ai maschi e questi ultimi presentano un più alto rapporto tra numero di neutrofili e di linfociti, indicativo di una prognosi peggiore. Il virus è anche in grado di interferire con il sistema immunitario, determinando una riduzione dei linfociti, che correla con la prognosi, e un aumento dei neutrofili. Le forme severe presentano un quadro iper-infiammatorio, con produzione di numerose citochine, processo noto come tempesta citochinica. Tale quadro si presenta maggiormente in pazienti che non sono in grado di eliminare efficacemente il virus.”

Vaccinazioni e farmaci

“Le donne presentano una maggiore risposta alle vaccinazioni, ma anche a un incremento del rischio di reazioni avverse. – si legge nel documento del tavolo per la medicina di genere degli IRCCS – Tale aspetto dovrebbe essere tenuto in considerazione nell’ambito delle sperimentazioni degli oltre 100 vaccini per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2. Al momento non sono disponibili evidenze scientifiche sul ruolo della differenza di genere nell’efficacia e nella sicurezza di tali vaccini

“I farmaci – specifica il documento – che sono ad oggi impiegati nella terapia della SARS-CoV-2 sono di due tipi: farmaci antiretrovirali per prevenire la progressione verso forme gravi di infezione e farmaci per contenere lo stato infiammatorio e rallentare quindi il danno polmonare, indicati negli stati più avanzati di malattia. Ad oggi, non sono disponibili studi di confronto su efficacia e incidenza degli effetti avversi dei farmaci in base al sesso; tuttavia, dovrebbe essere tenuto in considerazione che le donne, seppur tendano a sviluppare una patologia più lieve, sono esposte ad un rischio maggiore di sviluppare eventi avversi alle terapie antivirali.”

Operatori e operatrici sanitarie

Il documento del tavolo IRCCS inoltre analizza i dati relativi all’incidenza della malattia nel personale sanitario e ricorda che : “Gli/Le operatori/operatrici sanitari/e sono risultati/e la classe lavorativa più colpita e costituiscono l’11,5% dei/lle pazienti (dati di maggio 2020) il 69% di questi è di sesso femminile. Tale diffusione dell’infezione in questa categoria ha ulteriormente messo in difficoltà il sistema sanitario, che già si trovava a contrastare una rilevante emergenza sanitaria, aumentando ulteriormente il carico di lavoro sui/lle restanti operatori/operatrici, con ripercussioni molteplici tra cui burn out, ansia, stress, disturbi del sonno, anche peggiorati dalla talvolta necessaria separazione dalle famiglie, al fine di impedire la trasmissione del contagio.

Fattori di rischio

Le evidenze disponibili sulle differenze di genere sono raccolte anche in relazione ai fattori di rischio che aumentano la possibilità di contrarre la malattia e di avere un esito più grave e una maggiore mortalità.

Tra questi ci sono le patologie cardiovascolari, diabete mellito, le dislipidemie, l’obesità, la disfunzione del sistema nervoso autonomo e l’insufficienza renale cronica.

“Una categoria di pazienti altamente a rischio sono i/le pazienti affetti/e da neoplasia, che presentano un’alta prevalenza, morbidità e mortalità da COVID-19. Tale rischio sembra essere principalmente associato all’età avanzata, al sesso maschile e alla presenza di comorbidità. Non sembrerebbero, invece, rilevanti le terapie antineoplastiche, con l’eccezione dell’immunoterapia, che potrebbe forse contribuire alla iper-attivazione immunitaria, tipica delle fasi avanzate dell’infezione. In ambito oncologico, è purtroppo rilevante il ritardo diagnostico e terapeutico associato alla riorganizzazione del sistema sanitario per far fronte all’epidemia.”

“I/Le pazienti affetti/e da patologie neurologiche, in particolare malattie neuromuscolari, hanno un rischio aumentato di sviluppare una forma severa di COVID-19 e di non recuperare il quadro clinico precedente all’infezione. Inoltre, l’infezione stessa può causare disturbi neurologici, che quando presenti peggiorano la prognosi. Le principali conseguenze sono l’anosmia, spesso associata ad ageusia, maggiormente presente nelle donne, ma anche patologie neuromuscolari quali la Sindrome di Guillain Barrè, le miositi e varie neuropatie. I/Le pazienti fragili, quali le persone affette da demenza o patologie psichiatriche, sono a maggior rischio di sviluppare l’infezione e presentano una mortalità più elevata. Inoltre, in fase acuta sono comuni sintomi neuropsichiatrici quali deliri, stato confusionale e, in una piccola minoranza di casi, episodi di mania, psicosi, e di allucinazioni visive e uditive. Diversamente da quanto atteso, i/le pazienti immunodepressi/e non sembrerebbero a rischio aumentato ma possono sviluppare un quadro clinico più grave. Al contrario, i/le pazienti sottoposti/e a terapia immunodepressiva non sembrano presentare una malattia più aggressiva, forse per l’azione di riduzione della produzione citochinica.”

“I messaggi chiave di questo documento iniziale – concludono gli esperti del tavolo sulla medicina di genere degli IRCCS – vogliono rappresentare uno stimolo ad approfondire le specificità di genere dell’infezione da SARS-CoV-2 in ambito biomedico. Sono in corso numerosi progetti di studio, da cui si attendono risposte più chiare ed estensive, che potrebbero essere oggetto dell’eventuale aggiornamento del presente documento, con la speranza che dalla maggior comprensione della patologia COVID-19 possa derivare un’organizzazione socio-sanitaria sempre più capace di rispondere alle esigenze della collettività.”

Ultimo aggiornamento il 7 Settembre 2020 di: Pierpaolo Benini

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.