Dall’ambulatorio alla consultazione in remoto, la nuova relazione medico-paziente

Un’indagine dell’agenzia tech di network-data-management Kantar Health condotta in 9 Paesi UE la scorsa estate indica come nel volgere di pochi mesi siano cambiati i criteri di scelta su priorità ed efficacia nelle soluzioni di salute. Su un campione totale di 18mila intervistati in Belgio, Francia, Germania, UK, Polonia, Russia, Serbia, Spagna e Italia, gli italiani (2mila soggetti) risultavano quelli con maggior fiducia verso la figura del medico.

Con l’arrivo della pandemia di Sars-CoV 2 si è cercato di contingentare al massimo gli accessi agli ambulatori dei MMG, cercando di incentivare il più possibile, e laddove possibile, la telemedicina. Un passaggio quasi obbligato che vede prevalere il contatto virtuale su quello “fisico” con il proprio medico curante. Ma i pazienti saranno in grado di usufruire del teleconsulto?

Di fatto l’esperienza della prima ondata insegna come anche gli anziani “reclusi” nelle RSA durante il lockdown siano riusciti ad apprendere rapidamente l’uso degli smartphone pur di relazionarsi con i propri cari ai quali non era concesso di far loro visita.

In USA sono state sperimentate soluzioni innovative dagli stessi enti ospedalieri. Quella messa a punto, ad esempio, presso il NewYork-Presbyterian/Weill Cornell Medical Center e il Presbyterian/Lower Manhattan Hospital, è stata definita tele-isolamento: la camera del paziente è stata trasformata in una vera e propria stazione telemedica dotata di tablets e videocamere ad alta definizione per la videocomunicazione con il personale medico e paramedico e con i familiari, e il paziente aveva vicino al letto un telefono fisso facilmente accessibile e disponibile H24 tutti i giorni gratuitamente.

Secondo gli autori la formula del tele-isolamento si è dimostrata un modello da implementare per ridurre l’esposizione al virus e migliorare la comunicazione anche con i familiari che avranno meno necessità di visitare i pazienti di persona riducendo così il rischio di diffusione della pandemia.

Il sistema idealmente andrebbe allargato alle RSA, ai centri riabilitativi e a tutti gli ospedali di lungo degenza sia perché i pazienti di queste strutture sono più esposti a infezione da SARS-CoV-2, sia perché è più probabile che si trovino in una situazione di isolamento per le restrizioni imposte alle visite dei familiari.

Per quanto riguarda invece il rapporto con gli informatori farmaceutici, altro partner importante nel lavoro quotidiano del medico, l’indagine, condotta su 4.855 medici USA di 5 diverse specialità, ha indicato che da aprile a luglio la comunicazione virtuale con loro è cresciuta di ben 7 volte e tuttora resta la principale via di contatto con queste figure che prima rappresentavano una presenza costante negli ospedali, negli ambulatori medici e nelle farmacie e che ora sono praticamente scomparsi.

Dall’indagine risulta che prima dell’estate il 60% dei camici bianchi comunicava con loro solo in remoto, mentre nei precedenti 6 mesi li incontravano di persona in 2 casi su 3.

La necessità di un cambiamento.

Emerge così la necessità di un intervento immediato per l’adeguamento di prenotazione e gestione delle visite. La pandemia ha fatto abbandonare la logica “ospedalocentrica” e ora occorre articolare il sistema sanitario fondamentalmente su tre pilastri: salute come investimento, integrazione ospedale-territorio e digitalizzazione.

Ultimo aggiornamento il 3 Gennaio 2021 di: Pierpaolo Benini

Cesare Peccarisi

Giornalista scientifico, neurologo, editorialista del Corriere Salute, è stato Responsabile della Comunicazione Scientifica dell’istituto Neurologico Besta di Milano e di diverse società scientifiche.

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