Fibrillazione atriale, il rischio di ictus sale di cinque volte

La fibrillazione atriale è la più comune forma di aritmia cardiaca con rilevanza clinica e costituisce un importante fattore di rischio per l’ictus cerebrale.

Il “Progetto Fai: la fibrillazione atriale in Italia”, finanziato dal Centro per il controllo delle malattie del Ministero della salute e coordinato dalla Regione Toscana, ha fornito le stime relative alla frequenza totale della fibrillazione atriale nella popolazione over 65 in Italia e nei 28 paesi dell’Unione Europea, con le proiezioni fino al 2060.

Di recente sono stati pubblicati sul Journal of the American Geriatrics Society, organo ufficiale della Società Americana di Geriatria, altri dati del progetto che hanno permesso di valutare la frequenza e, per la prima volta in assoluto per l’Italia e l’Europa, le proiezioni al 2060 relative ai diversi sottotipi di questa aritmia.

“Lo studio ha interessato un campione rappresentativo della popolazione anziana, costituito da 6.000 ultrasessantacinquenni arruolati tra gli assistiti dei Medici di Medicina Generale nelle tre Unità Operative situate in Lombardia, Toscana e Calabria. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a una procedura di screening e successiva conferma clinica”, riferisce Domenico Inzitari, del Dipartimento di neuroscienze, psicologia, area del farmaco e salute del bambino (Neurofarba) dell’Università degli studi di Firenze, responsabile scientifico del progetto.

La prevalenza in Italia e in Europa

Le stime per l’Italia, ottenute nell’ambito del nuovo lavoro del progetto Fai, indicano che nel 2016 i pazienti over 65 affetti dai diversi sottotipi di fibrillazione atriale erano circa 449.000 per la forma parossistica, 240.000 per la persistente e 391.000 per la forma permanente, destinati a un progressivo aumento nei prossimi decenni, per arrivare, nel 2060 – rispettivamente – fino a 785.000, 358.000 e 748.000 casi.

Utilizzando le proiezioni demografiche fornite dall’Ufficio europeo di statistica (Eurostat), la ricerca ha permesso anche di ottenere delle stime relative alla popolazione anziana dei 28 paesi dell’Unione europea: i pazienti affetti nel 2016 erano stimati in 3.185.000 per la forma parossistica, 1.722.000 per la persistente, e 2.710.000 per la forma permanente, e nel 2060 arriveranno, rispettivamente, a 5.989.000, 2.833.000, e 5.579.000 casi.

“Questi dati indicano un considerevole aumento del peso di quest’aritmia nei prossimi decenni, sia a livello italiano che europeo, soprattutto considerando il previsto aumento del 90% in Italia e del 106% in Europa per la forma permanente, con il suo più grave carico di comorbosità e complicanze, e con un prevedibile aumento degli ictus cardioembolici, di maggior gravità, ponendo delle importanti sfide legate alla prevenzione e al trattamento”, spiega Antonio Di Carlo, primo ricercatore del Cnr-In e coordinatore scientifico del progetto.

La prevenzione

Adeguate campagne di screening, con il coinvolgimento diretto dei Medici di Medicina Generale, secondo i ricercatori, potrebbero consentire un’identificazione precoce della fibrillazione atriale, attraverso una semplice valutazione del polso e successiva esecuzione di un elettrocardiogramma nei soggetti in cui esso risulti irregolare, nell’ottica di ridurre gli ingenti costi sociali e sanitari collegati a questa aritmia e alle sue conseguenze.

Attualmente in Italia si verificano ogni anno circa 200.000 ictus, con un costo per il SSN che supera i 4 miliardi di euro. Oltre un quarto sono attribuibili a questa aritmia, che può provocare la formazione di coaguli all’interno del cuore, in grado di arrivare al cervello causando un ictus che viene quindi definito cardioembolico. Rispetto agli ictus dovuti a cause diverse, quelli di origine cardioembolica hanno un impatto più devastante in termini di disabilità residua e sopravvivenza.

Da sottolineare come siano attualmente disponibili terapie efficaci, quali i farmaci anticoagulanti, il cui uso è raccomandato indipendentemente dal sottotipo di fibrillazione atriale, che permettono di ridurre di circa 2/3 il rischio di ictus in questi pazienti, ma non sempre sono utilizzate al meglio.

Ultimo aggiornamento il 2 Novembre 2020 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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