Long Covid, il microbiota intestinale può influenzare il perdurare dei sintomi?

Ci potrebbe essere un legame tra uno stato alterato del microbiota intestinale e lo sviluppo dei sintomi del cosiddetto “long Covid”, ossia una serie di sequele respiratorie e/o neurologiche che si manifestano nei mesi seguenti alla guarigione dal Covid-19. L’indicazione viene da uno studio dell’Università di Honk Kong ed è stato pubblicato sulla rivista Gut.

Il microbiota delle persone con sindrome post-acuta Covid-19 mostra alterazioni

Lo studio ha arruolato 106 pazienti ricoverati per una forma grave di Covid-19 in tre ospedali della città cinese nel periodo tra febbraio e agosto 2020. Nello studio è stato incluso anche un gruppo di controllo di 68 persone che non hanno avuto il Covid-19.

A 6 mesi dalla dimissione dall’ospedale, 81 dei pazienti Covid (76%) avevano la sindrome post-acuta Covid-19 (PACS), definita come almeno un sintomo persistente, altrimenti inspiegabile, 4 settimane dopo l’eliminazione del virus, i più comuni erano affaticamento, scarsa memoria, perdita di capelli, ansia e disturbi del sonno. L’analisi delle feci ha rilevato che le persone senza sintomi di PACS a sei mesi dalla guarigione un profilo del microbiota intestinale paragonabile a quello dei controlli non Covid-19, mentre quelli con sintomi avevano una diversità e numerosità di specie batteriche nel microbiota intestinale significativamente inferiore.

L’associazione tra alcuni ceppi respiratori e sintomi specifici

In particolare il microbioma intestinale dei pazienti con PACS era caratterizzato da livelli più elevati di Ruminococcus gnavus, Bacteroides vulgatus e livelli più bassi di Faecalibacterium prausnitzii. I sintomi respiratori persistenti erano correlati ai patogeni intestinali opportunistici, mentre i sintomi neuropsichiatrici e l’affaticamento erano correlati ai patogeni intestinali nosocomiali, inclusi Clostridium innocuum e Actinomyces naeslundii (tutti p<0,05). I batteri produttori di butirrato, inclusi Bifidobacterium pseudocatenulatum e Faecalibacterium prausnitzii, hanno mostrato le maggiori correlazioni inverse con PACS a 6 mesi.

Gli autori concludono che:

questo studio osservazionale ha rilevato alterazioni della composizione del microbioma intestinale in pazienti con complicanze a lungo termine di Covid-19. Ulteriori studi dovrebbero indagare se la modulazione del microbiota può facilitare il recupero tempestivo dalla sindrome post-acuta Covid-19.”

Il commento: associazioni interessanti anche se non ci sono evidenze di un impatto clinico del microbiota sulla malattia

John Haran, professore associato di microbiologia e sistemi fisiologici e medicina di emergenza presso l’Università del Massachusetts, a Worcester, in un commento su Medscape, ha affermato che questa ricerca aggiunge elementi per lo studio della relazione tra microbiota intestinale e Covid, anche se non ci sono evidenze di un impatto clinico sulla malattia.

Haran ha osservato che lo studio non ha identificato tipi di batteri legati in modo particolare al Covid e alla sua evoluzione, ma piuttosto specie che sono note per indicare un cattivo stato di salute del microbiota intestinale. In ogni caso ha definito interessanti le associazione tra alcuni ceppi batterici e sintomi specifici respiratori o neurologici.

Infine Haran ha sottolineato che i pazienti arruolati nello studio non erano vaccinati, perché i vaccini non erano disponibili in quel momento, auspicando ulteriori studi per vedere se la modulazione dei batteri intestinali possa essere utile per rinforzare l’effetto della vaccinazione e accelerare la ripresa dopo la malattia.

Ultima revisione: 1 Febbraio 2022 – Pierpaolo Benini

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.