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pressione anziano

La scelta degli antipertensivi può influire sul rischio di demenza?

La riduzione della prevalenza delle varie forme di demenza nelle popolazioni dei paesi sviluppati, caratterizzate da un accelerato trend di invecchiamento, è un grande obiettivo di salute pubblica per i prossimi anni. Una delle questioni di maggiore interesse per la ricerca in questo ambito è quanto un buon controllo pressorio possa contribuire alla prevenzione della demenza e se la scelta di una terapia antipertensiva possa influire anche su rischio di demenza.

A questo proposito uno studio condotto negli Usa, appena pubblicato su JAMA Network Open, che ha messo a confronto diversi regimi terapeutici antipertensivi e ha trovato che l’uso di farmaci che stimolano invece che inibire i recettori dell’angiotensina II di tipo 2 e 4 è associato a un minor rischio di Alzeimer e demenze correlate (ADRD).

I presupposti dello studio

Nell’introduzione gli autori, affiliati a diverse università americane, ricordano che vari studi clinici randomizzati suggeriscono come alcune classi di farmaci antipertensivi possano ridurre il deterioramento cognitivo, indipendentemente dai loro effetti di abbassamento della pressione arteriosa. Tuttavia, gli studi clinici randomizzati che testano gli interventi per la prevenzione della demenza sono proibitivi in termini di costi e tempi a causa del lungo periodo di latenza del declino cognitivo.

Gli autori di questa nuova ricerca sono partiti da studi precedenti in cui l’uso di farmaci antipertensivi che stimolano i recettori dell’angiotensina II di tipo 2 e 4, rispetto a quelli che non lo fanno, era associato a tassi più bassi di decadimento cognitivo lieve e demenza. Tuttavia, questi studi erano limitati dall’inclusione di individui con ipertensione prevalente e dalle dimensioni del campione relativamente piccole.

Una ricerca su un’ampia popolazione

Il nuovo studio ha incluso più di 57mila persone di età pari o superiore a 65 anni con ipertensione incidente assistiti dal servizio sanitario americano (Medicare) nel periodo dal 1 gennaio 2006 al 31 dicembre 2018.

La ricerca ha confrontato il rischio di ADRD incidente tra i pazienti trattati con farmaci antipertensivi che stimolano i recettori dell’angiotensina II di tipo 2 e 4 (bloccanti del recettore dell’angiotensina II di tipo 1, calcio-antagonisti diidropiridinici, diuretici tiazidici) e regimi con farmaci antipertensivi che inibiscono i recettori di tipo 2 e 4 dell’angiotensina II (ACE-inibitori, beta-bloccanti, calcio-antagonisti non diidropiridinici).

I risultati

Durante un follow-up mediano di 6,9 anni, per il gruppo in terpia con farmaci che stimolano i recettori dell’angiotensina II di tipo 2 e 4 il tasso di incidenza non aggiustato di ADRD è stato di 2,2 casi per 100 anni-persona (IC 95%, 2,1-2,4 casi per 100 anni-persona) rispetto a 3,1 casi per 100 persone-anno (IC 95%, 3,0-3,2 casi per 100 persone-anno) per il gruppo che in terapia con farmaci che inibiscono i recettori dell’angiotensina II di tipo 2 e 4 e 2,7 casi per 100 persone-anno (IC 95%, 2,6-2,9 casi per 100 persone-anno) per il gruppo che riceve regimi di trattamento misti.

Dopo aggiustamento statistico il trattamento stimolante è stato associato a una riduzione statisticamente significativa del 16% del rischio di ADRD rispetto al trattamento inibitorio (hazard ratio, 0,84; 95% CI, 0,79-0,90).

Il commento

Carlos Santos-Gallego, dell’Icahn School of Medicine del Mount Sinai, New York City, commentando lo studio per Medscape Medical News, lo ha definito “più convincente” rispetto alla precedente ricerca correlata, in quanto ha una dimensione del campione più ampia e un follow-up più lungo.

Tuttavia, ha notato che lo studio retrospettivo presenta alcuni limiti, tra cui le difficoltà che pongono le diagnosi di demenza e la possibile presenza di variabili che possono alterare il confronto fra le diverse categorie di farmaci antipertensivi. Ad esempio, ha notato che comorbidità come  fibrillazione atriale, infarto del miocardio e insufficienza cardiaca possono aumentare il rischio di demenza. Ha concordato con i ricercatori che uno studio clinico randomizzato potrebbe superare queste limitazioni.

Ultima revisione: 20 Gennaio 2023 – Pierpaolo Benini

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.