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Antidepressivi e rischio di morte cardiaca improvvisa

I risultati preliminari di uno studio post-mortem indicano un possibile aumento del rischio associato all'uso prolungato di antidepressivi. Un dato che però non supporta l'interruzione delle terapie

I risultati preliminari di uno studio danese, presentati in occasione dell’European Heart Rhythm Association 2025, un congresso scientifico della Società Europea di Cardiologia (ESC), indicano un potenziale legame tra l’uso prolungato di antidepressivi e l’aumento del rischio di morte cardiaca improvvisa (SCD, sudden cardiac death). Tuttavia, gli autori dello studio sottolineano che i risultati non indicano un rischio immediato legato all’uso di antidepressivi e non devono indurre a interrompere le terapie, anche perché la depressione non trattata, a sua volta, è un fattore di rischio per SCD.

I ricercatori del Copenhagen University Hospital hanno analizzato certificati di morte e referti autoptici di oltre 4 milioni di residenti in Danimarca, con età compresa tra 18 e 90 anni.

L’esposizione agli antidepressivi è stata definita in base alla presenza di almeno due prescrizioni, in un anno, nel corso dei dodici anni precedenti il 2010, che corrisponde al periodo di inizio del follow-up. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi, in base alla durata di assunzione di antidepressivi; da uno a cinque anni, e più di sei anni. I decessi sono stati classificati come dovuti a SCD o ad altre cause (non SCD).

Rischio più elevato per terapie antidepressive prolungate

Il rischio di morte cardiaca improvvisa è risultato significativamente più elevato tra gli utilizzatori di antidepressivi, rispetto alla popolazione generale, in tutte le fasce d’età, tranne che per i soggetti tra i 18 e i 29 anni. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che i pazienti più giovani non avevano assunto i farmaci per un periodo sufficientemente lungo da rientrare nella categoria di esposizione prolungata.

Dopo gli aggiustamenti statistici per età, sesso e presenza di patologie concomitanti -quali cardiopatia ischemica, BPCO, diabete, aritmie- l’aumento del rischio stimato è stato pari al 56% per chi assumeva antidepressivi da meno di cinque (HR: 1,56), e superiore al doppio (HR: 2,17) per chi ne faceva uso da oltre sei anni. L’incremento del rischio per un uso a lungo termine è risultato più marcato tra i 40 e i 49 anni [incidence rate ratio, IRR: 1,7), tra i 50 e i 59 anni (IRR: 2,0) e inoltre nella fascia 60-69 anni (IRR: 1,4). Nei soggetti più giovani e più anziani, invece, le differenze non sono risultate statisticamente significative.

Lo studio non chiarisce se l’aumento del rischio sia dovuto all’uso dei farmaci o alla depressione

Il disegno dello studio non permette di stabilire se l’aumento del rischio di SCD sia attribuibile alla depressione stessa, oppure all’uso dei farmaci.

I ricercatori ipotizzano che alcuni antidepressivi possano contribuire al rischio attraverso meccanismi, come l’alterazione dell’attività elettrica cardiaca e il prolungamento dell’intervallo QT, l’aumento di peso e lo sviluppo della sindrome metabolica, noti fattori di rischio per l’insorgenza di aterosclerosi.

D’altra parte la depressione è legata a un aumento del rischio di malattia cardiaca -compresa la SCD- del 60%, a un rischio aumentato -in una percentuale variabile tra il 50% e il 90 %- di aritmie gravi, e a un rischio doppio di attacco cardiaco.

Viene inoltre aggiunto che la depressione è associata a una maggiore mortalità generale: in media, gli uomini depressi muoiono 14 anni prima rispetto alla popolazione generale, le donne circa 10 anni prima. Il suicidio rappresenta una componente di questo eccesso di mortalità, ma la causa principale sembra essere una cattiva salute fisica, spesso dovuta a stili di vita poco salutari.

Inoltre, lo studio non distingue tra le diverse classi di antidepressivi, e l’eventuale cambio di terapia nel tempo, e non analizza separatamente i dati per genere, un aspetto ritenuto interessante da esplorare nel corso di future ricerche.

I risultati dello studio non supportano la sospensione delle terapie

Secondo il Science Media Centre, organizzazione britannica indipendente, i risultati della ricerca dovrebbero invitare alla cautela. Lo studio non consente di distinguere chiaramente il rischio associato al trattamento da quello derivante dalla depressione non trattata ma, nel complesso, in base alle evidenze disponibili, il rischio di morte precoce risulta più elevato nei pazienti con depressione non trattata rispetto a quelli in terapia.

Alcuni commentatori sottolineano che gli antidepressivi potrebbero non causare direttamente la SCD, ma agire come marcatori di condizioni sottostanti come obesità, ipertensione, diabete, fumo o inattività fisica.

Gli Autori, tuttavia, sottolineano con forza che i risultati non giustificano la sospensione del trattamento antidepressivo.

In conclusione, sebbene sia stato osservato un aumento del rischio di SCD associato all’uso prolungato di antidepressivi, il rischio complessivo resta basso. Viene sottolineata l’importanza del medico di famiglia nella gestione della terapia antidepressiva, al fine di evitare pericolose interruzioni del trattamento a opera dei pazienti.

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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