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dieta vegetale

Celiachia, il metabolismo delle fibre nella dieta gluten-free

Un nuovo studio rivela che i reali benefici dall'assunzione delle fibre alimentari nella celiachia sono strettamente legati alla composizione del microbiota intestinale

La dieta senza glutine è attualmente l’unico trattamento efficace per la malattia celiaca. Questo regime alimentare viene spesso accompagnato da raccomandazioni dietetiche finalizzate a prevenire possibili squilibri nutrizionali.

Una delle raccomandazioni più comuni riguarda l’assunzione di alimenti ricchi di fibre, come ad esempio i vegetali. Studi recenti hanno suggerito che un maggiore introito di fibre con la dieta è associato a minori probabilità di sviluppare l’autoimmunità celiaca. Inoltre la presenza nel colon, di acidi grassi a catena corta (SCFA), come acetato, propionato e butirrato, prodotti principalmente dal metabolismo delle fibre nell’intestino, è associata a un’attività antinfiammatoria e alla modulazione del microbiota, con conseguente miglioramento della motilità intestinale.

Nei pazienti con malattia celiaca il microbiota duodenale sembra avere una minore capacità di degradare le fibre e produrre metaboliti utili, in particolare SCFA.

Lo studio su celiachia e metabolismo delle fibre

Un recente studio condotto su un piccolo campione di soggetti celiaci e con una verifica su un modello animale, ha analizzato il rapporto tra celiachia, microbiota dell’intestino tenue e metabolismo delle fibre.

Nello studio, pubblicato sulla rivista Nature communications, sono stati inclusi:

  • 16 pazienti con celiachia di nuova diagnosi;
  • 11 pazienti celiaci già trattati con dieta senza glutine da oltre 2 anni;
  • 26 controlli sani.

Sono stati analizzati campioni duodenali, campioni fecali, dieta, sintomi gastrointestinali e produzione di SCFA.

Le alterazioni del microbiota dei soggetti celiaci

Nei pazienti con celiachia, trattata o non trattata con una dieta senza glutine, il microbiota del duodeno mostrava una ridotta funzione “saccarolitica”, cioè una minore capacità di metabolizzare carboidrati complessi e fibre.

Questa alterazione era associata alla riduzione di batteri degradatori di fibre, in particolare batteri della famiglia Prevotellaceae.

I pazienti con celiachia non trattata avevano livelli fecali più bassi di SCFA rispetto ai controlli. In particolare risultavano ridotti l’acido acetico e il butirrico. Nei pazienti trattati con dieta senza glutine si osservava una parziale ripresa dei livelli di SCFA, ma non una normalizzazione completa.

Secondo gli autori della ricerca la riduzione della funzione metabolica non è attribuibile unicamente a un minor introito di fibre. Anche se molti pazienti, soprattutto quelli in regime gluten-free, assumevano meno fibre del raccomandato, gli autori evidenziano come nella celiachia esista anche una vera e propria carenza funzionale del microbiota.

La verifica sperimentale

Gli autori della ricerca hanno poi condotto uno studio di laboratorio utilizzando topi geneticamente predisposti alla celiachia, con gene HLA-DQ8. Dopo l’esposizione al glutine, i topi sono stati riportati a dieta senza glutine, con o senza supplementazione di fibre.

La supplementazione con inulina, una fibra solubile prebiotica, ha accelerato la guarigione della mucosa intestinale rispetto alla dieta senza glutine senza fibre aggiunte.

In particolare sono migliorati i parametri istologici: riduzione dei linfociti intraepiteliali, miglior rapporto villo/cripta e migliore punteggio complessivo di danno mucosale.

Nei topi germ-free colonizzati con batteri del genere Prevotella, la somministrazione di inulina ha aumentato la produzione di SCFA nel piccolo intestino. Questo rafforza l’ipotesi che non basti introdurre fibre: serve anche un microbiota capace di metabolizzarle

Indicazioni della ricerca

In conclusione, lo studio suggerisce che, nella celiachia, la dieta senza glutine potrebbe essere migliorata con strategie mirate sulle fibre, in particolare fibre fermentabili come l’inulina.

Tuttavia, il beneficio reale per il soggetto celiaco dipende dalla presenza di batteri capaci di degradarle. Gli autori auspicano nuovi e più ampi studi su questo tema.

In collaborazione con Dr. Schär

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alessandro visca
Alessandro Visca

Giornalista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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